The Hour, una serie che ci racconta gli anni ’50

Irene Meloni – Autrice di Frelsi

Ecco la scaletta di domani. La prossima volta fattela da solo, non sono la tua segretaria” dice una bellissima donna bionda al suo collega giornalista, che le risponde con uno sguardo frastornato. Potrebbe essere un normale e quotidiano battibecco tra professionisti, se non fosse che l’intero dialogo è ambientato nella Londra degli anni 50: questo è uno dei primissimi fotogrammi di The Hour, ed a me è bastato per amarlo.

Protagonista della serie è Freddie Lyon (Ben Winshaw), un giovanissimo e nevrotico giornalista annoiato dalla monotonia dei cinegiornali che vorrebbe passare alla televisione; quando la sua migliore amica e collega, Bel Rowley (Romola Garai) viene nominata produttrice del nuovo settimanale di attualità The Hour, pensa che finalmente sia arrivata la sua occasione; ma invece che agli affari esteri, come avrebbe voluto, Bel, non fidandosi della sua impulsività, lo assegna alle notizie locali.

Ha uno stile classico, The Hour, quasi nostalgico; non c’è inquadratura che non sia adombrata dal fumo delle sigarette; non c’è bicchiere di whisky che non porti una sbavatura di rossetto. La trama di ogni puntata si svolge lineare, senza scossoni, anche se non certo priva di colpi di scena. È quel thrilling, quel saltare sulla sedia col cuore a mille, che manca; ma è una scelta voluta, quasi snobbata con condiscendenza. In realtà, bastano pochi minuti di visione per rendersi conto che la classicità di The Hour è perfetta messinscena: la creatività dei dialoghi, la profondità dei personaggi, le innovative scelte registiche sono il non plus ultra delle serie tv moderne.

Freddy Lyon è ben altro che lo stereotipo del giornalista affamato di notizie e di successo: la sua acutezza, la sua malcelata misantropia, il suo coraggio che spesso sfocia in sconsideratezza e che lo porta a non curarsi della propria incolumità, lo rendono un personaggio a tutto tondo, le cui scelte o reazioni sono tutt’altro che prevedibili dallo spettatore.

Bel Rowley è la sua degna coprotagonista: quanto Freddy è bruno e mingherlino, lei è alta, bionda e bellissima. Quanto lui è nervoso e impaziente, lei è ferma e sicura. In un mondo dominato dagli uomini, in cui le donne sono ammesse solo come segretarie, lei riesce a farsi strada solo grazie all’intelligenza e alla professionalità. Sa di non poter mai mostrarsi debole, o insicura; eppure la sua forza non è solo di facciata, è interiore. È a questa che Freddy si aggrappa, più volte, nel corso della serie, dando vita a dinamiche interpersonali di una raffinatezza rara.

Un corollario di personaggi altrettanto complessi e tridimensionali completano il quadro di una storia lineare ma mai scontata, con la giusta proporzione di sottotrame e side stories.

Ogni puntata, dalla durata di un’oretta circa, è esteticamente impeccabile; l’intera serie si compone di due stagioni da sei episodi l’una, e alla fine ne vorrete ancora. Purtroppo la produzione della terza stagione è stata interrotta per mancanza di ascolti; si sa, la vita è ingiusta.

Recommended Posts

Leave a Comment