“Forse scrivere è mettere a nudo il proprio pensiero e dipingere il mettere a nudo la propria anima”, intervista a M. Ferreri

Daniele Ciolfiintervista, per Germani Editore, Massimiliano Ferreri.

DOMANDA: “Il leone e la balena” è una piacevole storia, o meglio un dialogo, tra due esseri viventi del pianeta: il leone, abitante delle savane, e la balena, cetaceo abitante degli oceani. Il primo, un felino con cui l’uomo non è riuscito a instaurare un rapporto di addomesticamento; il secondo, uno dei più grandi abitanti degli oceani, anch’esso impossibile da addomesticare. Dunque, sono due rappresentanti di due habitat complessi, diversi e ostici per l’uomo. Mi puoi parlare del tuo rapporto con il mondo animale e con il mondo naturale? Che tipo di interazione hai con essi e quale interazione pensi si potrebbe rifondare tra gli uomini e la Natura?
RISPOSTA: Il mio rapporto con il mondo animale e con la natura è fondamentale, di pura sopravvivenza animica, proprio non credo riuscirei a sopravvivere a questo sistema, a questa società attuale senza ciò che mi omaggia il poter vivermi l’ albero, la nuvola, il “semplice” filo d’erba o lo sguardo di un cane . Per me sono degli amici e dei maestri importantissimi, cerco d’imparare molto dalle infinite metafore e riflessioni che un evento naturale mi offre, o dall’agire di un animale… Sai, proprio qualche giorno fa stavo fantasticando su quanto sarebbe bello poter ammirare una civiltà aliena, che nel suo pianeta fosse riuscita a generare un contesto armonioso, sano, pacifico, rispettoso di ogni forma di vita e del pianeta che li ospita. Poter vedere questa società sana, armoniosa e rispettosa anche solo per pochi istanti e sapere con certezza che, nel cosmo, qualcuno ce l’ha fatta e che c’è chi può vivere e godersi tale armonia…. Poi mentre continuavo con il mio fantasticare ho abbassato lo sguardo su una foto che era aperta sul computer, ritraeva dei mustang selvaggi che correvano liberi nelle pianure statunitensi ed è stato come se la vita mi stesse rispondendo: era lì di fronte a me un esempio di tale società, armoniosa e rispettosa della natura, parte di un ecosistema sano e bilanciato; davanti a me erano quegli “alieni” che in fondo, a noi sono poi realmente “alieni “, alieni di cui non conosciamo il linguaggio, ma questo non implica che non parlino, ed in realtà è palese che fra loro comunicano chiaramente. Alieni che hanno trovato la “risposta” non nel progresso tecnologico ma “nell’essere”, nella “semplicità”, nel rispetto; non nell’andare “avanti”, ma nel sapersi guardare intorno, alieni che la notte dormono sotto un cielo stellato e non in cubo di cemento. Mi chiedo qual è la metrica dell’evoluzione: il saper costruire un autoveicolo che raggiunge i trecento km orari o trovare un modo per armonizzarci con il pianeta che ci ospita, con i nostri simili e con le altre specie? Io non ho dubbi nello scegliere la seconda metrica. Quindi, chi è più evoluto noi o quei cavalli ritratti nella foto? Qualcuno di noi è mai riuscito a decodificare a pieno il loro modo di comunicare? Qualcuno di noi sa realmente cosa pensa un’entità così bella e nobile? Se incontrassimo, ad esempio, realmente un alieno e non riuscissimo a decodificare i suoi “versi”, potremmo forse per questo asserire che non pensi? O che il suo pensare sia basico? Chi lo sa, tra l’altro, potrebbe parlare telepaticamente e non essere noi, quelli pronti a uno scambio. Potrà forse essere paradossale ciò che sto esternando, risultare grottesco, ma vorrei semplicemente dire che sarebbe bello, se l’uomo in genere, avesse un approccio mentale più aperto ed umile nei confronti della natura e dei suoi rappresentanti, se non altro perché ognuno di loro rappresentano la saggezza di millenni di evoluzione e di scelte evolutive e, per tornare pragmaticamente alla tua domanda, a partire da un approccio più umile e rispettoso, credo si potrebbe rifondare una nuova interazione tra l’uomo e la natura. Per sentirmi meno surreale nella mia esternazione, ti voglio “girare” due righe tratte dal libro che sto leggendo ora (“le vie dei canti” di Bruce Chatwin): – L’ idea di ritornare a una “semplicità originaria” non era ingenua, antiscientifica, né fuori dalla realtà. La rinuncia -dissi- può essere una soluzione anche di questi tempi-.
DOMANDA: Dalla narrazione epica, sino alla drammaturgia classica ottocentesca e non solo, un momento fondamentale della storia è rappresentato dalla presentazione sulla “scena” dei personaggi/protagonisti dell’opera. Nel primo capitolo de “Il leone e la balena”, introduci Arkham con l’epiteto “sua santità il leone” e presenti Hora con un’immagine che evoca l’iconografia classica delle ninfe e delle divinità femminili rinascimentali, “accompagnata da un fiore d’acqua, apparve lei: la balena”. Perché questa scelta? Questa scelta, che ruolo ha giocato nella costruzione dell’identità dei personaggi? Non pensi ci sia il rischio di cadere vittima delle categorie tipiche di un modello culturale antropocentrico?
RISPOSTA: Sai Daniele, il mio scrivere non implica la costruzione dei personaggi, è più comparabile, metaforicamente parlando, a un quadro astratto che ad uno figurativo; è un sentire, un percepire i personaggi, che sono per me reali, almeno nel loro piano di “realtà”, almeno in quello che solitamente viene appellato come il “mondo della fantasia”. Quindi, una volta che inizia questa conoscenza fra chi scrive e i personaggi, questo dialogo, diventa più che altro, un raccontarli, come si racconterebbero i tratti di una persona conosciuta. Qualcosa di analogo accade anche per la forma in cui li presento, non è un concettualizzare, ma un cercare di fluire con la scrittura o un cercare di descrivere come io “vedo”, ad esempio, apparire la balena; quindi, il leone viene affiancato dall’appellativo “sua santità”, ma io non so perché lo scrivo, so solo che quella e soltanto quella poteva essere la parola che doveva accompagnarlo; poi, solo successivamente, cerco di capire il perché, e faccio delle ipotesi: forse è semplicemente inerente ad un significato letterario della parola, libera dalla sua accezione clericale (qualità che rende degno di onore e rispetto), o forse il fluire della scrittura mi omaggia il riflettere se sia santo colui che opera per un bene stereotipato o chi, come il leone, fa ciò che sente di compiere ben cosciente del suo ruolo. Certo, a me non sembra un atto armonico e piacevole uccidere una gazzella, ma non possiamo negare che appartiene a una logica importante dell’ecosistema e che quindi a suo modo, può essere considerato un atto “giusto”. Queste e altre ipotesi sono per me occasione di crescita e riflessione che il cercare di scrivere “nel flusso” mi regala. Per quanto concerne l’antropocentrismo, credo che forse questo è proprio il problema della nostra specie; figlio della nostra presunzione e della nostra limitatissima visione, quindi spero semplicemente di esserci dentro il meno possibile, ma esserne fuori che ti posso dire: ci provo!
DOMANDA: Il tuo lavoro di pittore ti ha portato a viaggiare molto e a fare esperienze di cui, non ho dubbi, il tuo lavoro risenta: sto pensando al tuo lungo soggiorno in Messico. I protagonisti del racconto, invece, sono immobili in uno spazio scenico/ecosistema di rispettiva pertinenza, terra e acqua, che impedisce loro di intraprendere un viaggio, un’azione, una netta interazione. Essi sono raggiunti da altri interessanti animaletti, ma non arrivano: mantengono le distanze. Casa rappresenta per te il viaggio? Cosa ti spinge a intraprendere un viaggio? Nel momento in cui Arkham e Hora danno avvio al tuo viaggio, intendi tornare? (Questa ultima domanda è un po’ sibillina, perché ho preferito non spiegare il finale del racconto… Lascio a te la scelta).
RISPOSTA: Io credo che anche uno scambio come il dialogo vissuto dalla balena e dal leone, una conversazione così importante, catartica, sia comunque un viaggio, un qualcosa che ci cambia e arricchisce, che ci genera confronto. Nel loro caso è forse proprio il punto culminante del piccolo grande viaggio che ambedue hanno dovuto compiere per incontrarsi; trovo ci sia anche l’azione: il parlare, il riflettere, il regalarsi emozioni e l’interazione, visto che c’è anche un contatto fisico tra i due. A proposito di “animaletti” (espressione forse un po’ antropocentrica) non mi dirai che la formica ha mantenuto le distanze? Tornando al viaggio, ovviamente quando ne parlo, intendo quello “zaino in spalla e via” magari anche con un programma di viaggio, ma fatto più che altro per il piacere di non rispettarlo, credo sia l’opportunità di dare alla vita l’occasione di darci ciò che nel nostro intimo cerchiamo, poiché siamo meno schermati dalla routine che generiamo nel quotidiano. Quindi è un avvicinarsi al “grande flusso ” e permettergli di stravolgerci, arricchirci, rinnovarci e magari renderci un po’ più pieni e lieti. Credo che il viaggio possa essere verso dentro (che mi permetto giocosamente di consigliare soprattutto in momenti in cui mancano le libertà economiche) o “verso fuori”; ma quando il viaggio verso dentro arriva ad un punto in cui si sente che non si riesce ad andare oltre , un punto “fermo”, che ci genera infelicità e disagio, allora forse è il caso di chiedere “aiuto” al viaggio “verso fuori” e mettersi fisicamente in moto e permettere ad altri “modi di essere”, ad altre persone, ad altre culture di mostrarci quei colori o quelle sfumature di colori di cui avevamo bisogno per continuare in armonia e piacevolezza il nostro viaggio “verso dentro”. Comunque mi piace molto anche l’aforisma di Voltaire: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Credo che anche cambiare la strada che solitamente facciamo per tornare a casa possa essere un piccolo grande viaggio.
DOMANDA: La risposta alla prima domanda evidenzia – secondo me – una questione fondamentale della contemporaneità: il tema della “differenza”. I movimenti femministi e LGBTQI, così come i teorici delle dottrine multiculturaliste hanno svolto e svolgono un lavoro costante per promuovere una vera e propria etica della differenza (riconoscere e rispettare la diversità). Sebbene, una larga parte della società sia ancora fossilizzata su dialettiche dicotomiche, di aristotelica memoria, la via è tracciata. Si può iniziare a percorrerla, come alcuni già fanno. Arkham e Hora sarebbero disposti ad abbandonare un modello critico, a mio parere, ancora fortemente improntato su una matrice antagonista (regno animale vs umano, animalità vs razionalità, natura vs progresso/cultura), in favore di un modello incentrato sulla valorizzazione della pluralità? Massimiliano, secondo te è possibile uscire dalla dimensione dicotomica noi vs loro?
RISPOSTA: Sì, se solo si riuscisse a vivere gli animali non come forme inferiori di vita, ma semplicemente come entità differenti con cui scambiare, da cui imparare e soprattutto da rispettare; anche nel caso volessimo teorizzare una qualche loro inferiorità, questo ci darebbe forse il diritto di non rispettarli e di approfittarne?
DOMANDA: Per quanto attiene questo filone di discussione mi interesserebbe tu spiegassi ancora meglio degli elementi.
  • Un’altra espressione che mi aveva colpito molto era a p.20 del libro: “il Mare Profondo”. Perché l’uso della lettera maiuscola? C’è una personificazione di qualche entità metafisica?
  • Mi hanno colpito diversi elementi formali del libro, ma vorrei iniziare chiedendoti di spiegarne uno. Perché hai scelto e, come specificato bene nella prefazione, hai fortemente desiderato di non scrivere le lettere maiuscole dopo i punti di fine periodo? Perché l’uso di tutti questi punti di sospensione? Quale valore aggiunto danno?
Personalmente ho trovato molta difficoltà nella lettura, scoprendo un fatto divertente: mentre ero convinto che fosse il punto (interpunzione) a indicarmi la fine del periodo, la mia percezione è talmente viziata che solo l’ingombrante maiuscola, desaparecida nel tuo testo, mi avrebbe aiutato nel distinguere i periodi.
RISPOSTA: La lettera maiuscola per il “Mare Profondo” ha, come tu hai ben evinto, il chiaro intento di sottolineare come sia un entità viva e cosciente. In linea con la filosofia dei nativi statunitensi, che asserivano che tutto è vivo, tutto ha spirito ed è parte del “grande spirito”… Indiani del Nord delle Americhe per cui ho un importante afflato. Per quanto concerne le maiuscole, in realtà, il manoscritto originale era tutto in minuscolo per omaggiare un messaggio di uguaglianza anche fra le lettere e le parole, poi con l’ editore si è mediato per il saggio compromesso che tu hai vissuto nel leggere il libro. I punti di sospensione, che ti posso dire, a me piacciono molto, e mi danno un senso di apertura e di non definito come poi, forse, sono tutti i concetti in realtà…
DOMANDA: Devo confessarti che il termine “animaletti” era un espediente “scenico” per permettermi di capire ancora meglio il tuo rapporto con il mondo animale, un rapporto che ti assicuro mi è chiaro. Però, perché il tuo lettore dovrebbe accettare che Arkham e Hora lo definiscano, con tono dispregiativo “il mangiatore di carne”? Così come gli “animaletti” risentono di una grammatica diminutiva, anche “l’animale perso” risente di un aggettivo moralisticamente connotato. Cosa ne pensi?
RISPOSTA: Chi dice che il lettore debba accettare ciò che Arkham e Hora asseriscono? Ben venga se riescono a omaggiare anche un po’ di dissenso ed eventuale riflessione annessa; non credo che il leone possa inquisire qualcuno, perché si alimenta di carne. Ciò che viene discusso era la qualità di vita che viene offerta agli animali che alimentano l’uomo. “Animale perso” è un epiteto dato all’ uomo dal leone del racconto, che può piacere o non piacere, infastidire o non infastidire, generare consenso o dissenso; è l’altro, sei tu a darlo e può generare reazioni analoghe, ma che io ti posso simpaticamente sottolineare e argomentare, visto che a me non sembra rispettoso delle entità animali e che tu non sei il personaggio di un racconto.
DOMANDA: Il tuo principale impegno è la pittura. A mio avviso l’arte contemporanea, o meglio la pittura contemporanea, sta vivendo un momento di crisi: l’autoreferenzialità degli artisti. Il Writing e il graffitismo, come il RAP nella musica, sono i veri interlocutori di un pubblico affamato di arte, un pubblico che vuole comunicare con l’artista. Cammino per le strade e posso “leggere” ciò che è scritto sul muro: posso ammirare l’opera d’arte, in un tempo e in un luogo non canonici. I tuoi lavori pittorici a cosa sono ispirati? Ti senti all’interno di una corrente artistica specifica, che si noti dal tuo stile? Quando dipingi, chi è il tuo interlocutore? Quando dipingi, cosa senti? Queste tre domande sono mie curiosità. Ovviamente sentiti libero di raccontare tutto ciò che vuoi sul tuo lavoro.
RISPOSTA: Per quanto concerne la crisi della pittura contemporanea ciò che posso dirti è che anche io sono in piena crisi al riguardo, saturo di un sistema che ha ghettizzato l’ arte, rendendola tra le altre cose, poco accessibile alla maggioranza delle persone. La parte in cui un mio quadro era esposto in galleria e quindi, visualmente, a disposizione di tutti, diciamo che mi piaceva, ma che poi la realtà economica permettesse a talune persone abbienti di poter portare l’opera nella propria dimora e sottolineasse invece alla maggior parte degli altri fruitori il loro limitato potere d’ acquisto, che questo sistema capitalistico stratificato omaggia, mi aveva cominciato ad infastidire e saturare sempre di più. Per riequilibrare ciò, ogni tanto regalavo, a chi sentivo, un quadro; ma poi tale palliativo non è più bastato. Avevo la sensazione di generare dei “giocattoli” per benestanti; ed è giunta, al riguardo, una crisi profonda. Da quando sono tornato a Roma (due anni e mezzo circa), dopo i miei sette anni di esperienza di vita in Messico, due gallerie mi hanno invitato ad esporre con loro, ma ho tergiversato. Attualmente, quando ho bisogno di dipingere un quadro, per essere fedele al mio periodo di “sciopero”, poi lo regalo a persone care; e sempre per assecondare il bisogno di dipingere, che comunque è presente, è da un po’ che dipingo pietre e sinceramente mi sento proprio onorato di poter interagire con un’entità, al cui confronto io mi sento così piccolo e giovane, un bambino… Si tratta di un gesto così ancestrale, così tribale, ed è un puro viaggio assecondare le sue linee, l’irregolarità del suo fondo è un invito al seguirla, al farti prendere per mano. E’ veramente molto affascinante e poi tecnicamente molto stimolante e bello. Successivamente, le lascio nel parco sotto gli alberi , e mi piace tantissimo questo giochino un po’ da “elfetto”, soprattutto la speranza di poter dare a chi le trova la piacevole sensazione che oggigiorno ci sia ancora chi dedica del tempo per una realtà che poi donerà , insomma che ci sia ancora chi cerca di giocare il gioco del “dare ” e non il solito gioco del “prendere”; poi quando ripasso e la pietra in questione non c’è più mi diverto a immaginare in quale casa starà, chi l’avrà raccolta e così via ; e mi piace credere che siano le pietre a scegliere con chi andare. Questa sì, è arte pittorica che sento libera. Fortunatamente, la risposta alla mia crisi nei confronti dell’arte contemporanea è stata “Il leone e la balena”, una risposta che la vita mi ha dato alla mia ricerca di una forma d’arte di più libero accesso. Sai, in realtà io ho “sempre” scritto, ma a differenza della pittura era più una dimensione che tenevo per me, chissà forse solo perché è più facile da nascondere in un cassetto… Per tornare alle tue domande, non credo si possa dire che i miei lavori siano ispirati a un qualcosa di specifico, ma che più che altro per me il dipingere è un puro atto di sopravvivenza, la necessità di sgorgare, esistere, essere, respirare. Detto ciò, poi si può anche asserire che i miei lavori sono ispirati al quotidiano, al cercare di omaggiare quanto ciò che ci circonda sia una forma di perfezione, perfezione che la quotidianità ci allontana dal percepire e godere. Nell’applicare uno spazzolino o una pietra su una tela c’è la speranza che decontestualizzare un elemento e porlo in un quadro, possa – se non altro per l’attenzione che si spera si darà all’opera – omaggiare una nuova visione dell’elemento stesso, vedere ad esempio lo spazzolino in un nuovo modo per poi – si auspica – di conseguenza vedere in modo nuovo anche lo spazzolino con cui ogni giorno ci relazioniamo. Insomma, se vogliamo, un po’ “dadaistico” il concetto, ma in realtà questo è solo un mio concettualizzare postumo, un mio cercare di capire e leggere ciò che ho fatto a posteriori, poiché durante il processo di realizzazione è solo un fluire, un cercare di far l’amore con il colore, un farmi guidare dal quadro che se “mi chiede” di apporre un elemento materico ulteriore in un punto ben specifico, io semplicemente lo appongo. Per me dipingere è come la possibilità di creare un piccolo infinito mondo dove ogni singola goccia di colore è in armonia con il tutto, o meglio in quella che per me è un’armonia. Questo sistema ci offre molte realtà poco armoniche, poco rispettose e poco piacevoli e poter creare un micro-mondo di “pura” armonia è bello, magico, rigenerante, catartico. Per quanto riguarda lo “stile” posso dirti che, nel mio piccolo e con tutto il dovuto rispetto, mi sento molto vicino ad Arman, un pittore francese scomparso da non molto, ma più che nello stile mi sento vicino a lui nell’essenza delle opere.
DOMANDA: Pittore e scrittore. Quale arte riesce ad esprimere meglio la tua essenza e il tuo “sentire”? Il tuo lavoro artistico si pone dei limiti o si aprirà ad eventuali altre contaminazioni?
RISPOSTA: A volte penso che dipingo quando ho bisogno di esternare, ma forse inconsciamente non desidero essere realmente capito. Insomma, tutelare una mia intimità profonda, come un “mettermi a nudo” senza “mettermi a nudo”, con il desiderio sì, di omaggiare bellezza, armonie, emozioni ed elementi visuali di crescita, ma riservandomi come una piccola via di fuga. Lo scrivere è mettere a nudo il proprio pensiero… Ecco, forse scrivere è mettere a nudo il proprio pensiero e dipingere il mettere a nudo la propria anima, quindi scrivere in un sistema prevalentemente mentale è sicuramente più soggetto ad essere vagliato da tutti, ma è anche un modo più chiaro e nitido di trasmettere e condividere ciò che si spera di trasmettere e condividere. Credo che se con “Il leone e la balena ” riuscirò a dare anche solo a un lettore, ciò che mi hanno dato personalmente alcuni libri – a volte proprio in termini di sopravvivenza -, allora io sono “proprio a posto” e tutto il mio cammino di vita, credo acquisirebbe un senso ulteriore. Per quanto riguarda “l’aprirsi” ad altre realtà artistiche non ti nascondo che amo la musica, che per me è fondamentale, ultimamente mi rendo conto che sto anche leggendo molto meno del solito, perché desidero stare con la musica non come “contorno” a ciò che sto facendo, ma come atto principale; tuttavia per quanto concerne il generarla credo che in questa vita resterà un sogno, visto che la mia predisposizione “tecnica” è tragica al riguardo, anzi direi tragicomica! Forse un giorno un contrabbasso, per puro gioco, lo torturerò… Un pochino!
DOMANDA: Un artista italiano viaggia verso il Messico e sceglie di rimanere a viverci per un periodo della sua vita. Nulla da aggiungere, nulla da domandare. Mi pongo in atteggiamento d’ascolto e ti lascio raccontare.
RISPOSTA: Questa è una lunga storia, per ora ti dirò semplicemente che ero saturo dell’Italia, di noi italiani, dell’italiano che ero; o forse semplicemente di me e della vita che stavo vivendo… C’ è un aforisma buddhista che mi piace molto: “Non vediamo le cose come sono, vediamo le cose come siamo”. Il Messico è stato un regalo della vita e sicuramente l’atto di dire “ciao” a tutto e a tutti è stata proprio una gran cosa! Dopo questa esperienza, forse due anni in un’altra nazione, in un’altra cultura, li consiglierei un po’ a tutti. I messicani sono un gran popolo, umili e spessi, profondi, con un forte background sciamanico di atavica connessione con la natura. Situazioni di povertà a loro limitrofe credo gli donino il rendersi conto del valore di ciò che hanno, il godersi ciò che hanno e la singola giornata in corso e non il focalizzarsi su ciò che non hanno, come spesso accade in Italia. Non pensavo sarei mai tornato in Italia, poi lì ho avuto la forte sensazione che fosse finito un ciclo, un ciclo importante e bellissimo ma comunque concluso ed ho percepito che era di nuovo tempo di camminare da queste parti. All’inizio, tornare dopo sette anni di Messico, in un sistema strutturato come quello italiano e dalle priorità così materialistiche, è stato veramente duro, moltissimo… Ora credo di aver trovato i miei nuovi equilibri italiani, sono diventato – da un anno e mezzo – vegetariano integrale ed è veramente una beltà, un gran regalo della vita, figurati, io che ero un onnivoro da “bistecca alta al sangue”; mi sposto in maniera ecologica (a piedi, mezzi pubblici e bicicletta) e sono tornato allo sport (non in un circolo sportivo o chiuso in una palestra ma al parco), è forse pura presunzione credere di poter star bene tralasciando il corpo, la “metà” di ciò che siamo e poi lo sport credo sia il modo occidentale di “muovere ” e stimolare i chakra. Comunque, probabilmente, a salvarmi oltre naturalmente al verde e alla natura, è stato l’aforisma di Gandhi “sii il cambio che vuoi vedere nel mondo” e devo ammettere che fare la propria piccola parte, regala proprio una bella sensazione… Ed ora, per ciò che verrà, posso solo dirti: “vediamo che dirà la vita”.
DOMANDA: Siamo giunti al vero termine del nostro dialogo, purtroppo! Ti saluto e ti faccio i miei migliori auguri per il libro. A presto.
RISPOSTA: A presto Daniele e grazie del tuo tempo!
Recommended Posts

Leave a Comment