“Rivendicare quei diritti che dovevano essere di tutti e non privilegio di alcuni”, intervista a L. Marcucci

Rossana Grandi intervista Laura Marcucci, autrice del testo “Storie di donne ai bordi di periferia”

DOMANDA: Nel tuo libro c’è una caratterizzazione molto forte del quartiere dove è ambientata la storia. Mi è piaciuto molto, al contempo, che l’ambientazione possa richiamare più in generale le periferie di molte metropoli mediterranee, come la mia Genova, la tua Roma o Napoli. Volevo chiederti del tuo rapporto con il quartiere in cui vivi e con la periferia in generale, vista anche l’importanza del tema che compare nel titolo del libro.
RISPOSTA: Vivo in questo quartiere da ventotto anni. Ho vissuto anche in altre periferie della città: a Centocelle sono nata e ho frequentato il liceo scientifico, ma la mia adolescenza e la mia prima giovinezza sono trascorse in un’altra periferia di Roma: Villa Gordiani, presso il quartiere Prenestino. Il mio rapporto con l’attuale periferia è di profondo disagio. Tuttavia non voglio negare che ci siano anche degli aspetti positivi che consentono, ad esempio, di creare buoni rapporti con le altre famiglie, la presenza di eccellenti strutture sportive, commerciali o culturali che donano sicurezza e dinamismo alla vita quotidiana. Vivo in una parte del grande polmone di Cinecittà, esattamente in un luogo chiamato Piscine di Torre Spaccata; in uno degli enormi parallelepipedi di cemento di proprietà del comune. Di questo luogo mi piacciono gli enormi spazi verdi, di cui purtroppo sono orfane altre periferie romane e amo il silenzio che riesco ad ascoltare. Mi piace passeggiare costeggiando le mura degli studi cinematografici e pensare con una punta di malinconia, agli attori, ai registi e agli sceneggiatori che hanno reso grande il cinema italiano. Mi piace sentire nell’aria, prima quasi un sussurro e poi, complice una quiete irreale, levarsi le note di una serenata. Una chitarra, una voce e poi un coro di voci… Un fazzoletto di periferia che partecipa, che si ritrova per condividere una gioia e ritrovare in questo, in ogni evento che unisce gli uni agli altri l’essenza di un passato a me caro.
DOMANDA: Con la seconda domanda entriamo inmedias res: come già evidente dal titolo, nel libro viene data assoluta centralità alla donna e al punto di vista femminile, cosa ahimè non molto comune nel nostro Paese. Ho apprezzato soprattutto la capacità che hai avuto, da autrice, di coniugare la forza e la determinazione con la sensibilità delle protagoniste. In che modo la cultura femminile e, permettimi, femminista possono apportare un valore aggiunto di accoglienza e cambiamento nella nostra società?
RISPOSTA: Il carattere femminile, la sensibilità, lo studio, possono aiutare la società ad acquisire determinati valori che consentono di progredire, di favorire la cultura, di superare lo stato di violenza per una convivenza più umana e aperta agli altri, meno egoistica che si riflette particolarmente sui ragazzi e sui giovani di cui i primi formatori sono i genitori. Le donne hanno assunto dei ruoli di responsabilità a tutti i livelli e la società non può che risentirne positivamente, anche se le statistiche lamentano una presenza più diradata nella famiglia. Io credo che non sia stata raggiunta ancora una parità in tal senso, economicamente il trattamento sembra diverso, pur ricoprendo, la donna, gli stessi ruoli maschili. La mia convinzione è quella di impegnarsi con maggiore costanza per migliorare il piano culturale e a questo riguardo, rivendicando all’occorrenza i relativi diritti: ai doveri devono corrispondere diritti e viceversa.
DOMANDA: E secondo te, permettimi una domanda provocatoria, cosa può imparare un uomo dalla lettura del tuo romanzo? Premettendo che non credo che il tuo testo sia una banale demonizzazione del maschile, in che modo pensi che le figure maschili si stiano rapportando ai cambiamenti delle dinamiche tra i sessi nella società e nella famiglia?
RISPOSTA: Dalla lettura del mio romanzo un uomo può imparare a rispettare gli altri e ridimensionare quell’orgoglio per cui spesso si ritiene migliore. Credo che soprattutto le nuove generazioni debbano acquisire la mentalità della collaborazione, anche se ritengo che molti già crescano in questo modello, considerando la donna come compagna di vita, degna di considerazione e rispetto.
DOMANDA: Ho molto apprezzato nel libro l’alternarsi di stili diversi, come ad esempio l’introduzione della poesia di Angela, senza per questo interrompere lo scorrere narrativo cambiando carattere o inserendo interruzioni come le virgolette. Trovo che questa scelta sia una perfetta espressione delle fratture psicologiche che emergono dalla narrazione, come lo è anche l’inserimento di frasi spezzate e lunghi spazi bianchi nella pagina, quasi a voler dare l’impressione che qualcosa si sia rotto nelle vite delle protagoniste. Ci sono autori a cui ti sei ispirata nel seguire questa tecnica narrativa?
RISPOSTA: Seguendo la narrazione non mi sono ispirata particolarmente a nessun autore, ma spontaneamente lo stile si è adattato al testo. Anche se devo dire che dalle mie letture, da quelle più dense a quelle più leggere, ho acquisito una varietà di stili che si sono attivati nei vari episodi con le particolarità sottolineate anche nella domanda.
DOMANDA: Mi piacerebbe molto leggere un tuo libro che, tramite un pastiche linguistico, racconti i cambiamenti avvenuti nelle nostre periferie con l’arrivo dei migranti, che molto stanno arricchendo le nostre metropoli. Pensi che i molti pregiudizi, comuni tra persone più avanti negli anni, verranno superati dalle future generazioni?
RISPOSTA: Al momento non prevedo di scrivere un libro di tale portata che richiederebbe una raccolta di materiale non indifferente e un tempo notevole, ma potrei metterlo in progetto. Penso che l’integrazione dei migranti debba iniziare con una adeguata accoglienza e un inserimento nelle strutture della nostra società, in cui devono vivere, prosperare e acquisire quella cultura che favorisce l’integrazione.
DOMANDA: Mi è sembrata in linea con il tuo impegno civico e la tua sensibilità sociale, la menzione dell’importanza della donazione di organi, una scelta ancora poco diffusa, ma che può aiutare tante altre persone. Pensi che si dovrebbero fare campagne di maggiore informazione al riguardo?
RISPOSTA: Penso che un gesto di questo genere sia molto bello e doveroso, un ultimo atto d’amore verso il prossimo, rispettando la sensibilità e la volontà di ciascuno. Sono favorevole, intanto, a una maggiore informazione, anche scientifica, del gesto e ritengo che le campagne di sensibilizzazione siano necessarie per sollecitare la donazione ed eliminare qualsiasi dubbio ed esitazione.
DOMANDA: Per concludere, mi permetto di farti una domanda più leggera, ma che credo possa interessare molto il lettore: che sogni e ambizioni aveva Laura a vent’anni? E quali di questi coinvolgevano le tematiche sociali per cui ancora oggi, tramite i tuoi racconti, combatti?
RISPOSTA: A vent’anni Laura credeva in una società più giusta, manifestava con i coetanei per rivendicare quei diritti che dovevano essere di tutti e non divenire dei privilegi soltanto per alcuni. Leggeva molti libri, ma non aveva provato ancora quella sensazione di creatività e di attenzione alla realtà della vita, purtroppo tanto problematica, emersa scrivendo e dando espressione ai propri pensieri. E’ chiaro che a questo si aggiunge la volontà e la premura di realizzare un progetto di vita, effettivamente attuato nel lavoro e nella famiglia, nonché di dare spazio anche al desiderio di scrivere.
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