Contro le elezioni: perché votare non è più democratico – David van Reybrouck

Dalla nostra collaborazione con Virgoletteblog, la rubrica mensile: Cammin leggendo

 

Tutti noi, in qualità di elettori, siamo bombardati quotidianamente da contenuti superficiali o imbecilli. I nostri politici (in modo bipartisan) corrono alla ricerca disperata del consenso: SI agli immigrati, NO agli immigrati, SI agli immigrati NO all’Europa OK riduzioni emissioni Co2, NO agli immigrati NO all’Europa ma SI alle emissioni Co2…
I partiti cambiano identità, leader, idee, battaglie, governi, candidati. Gli elettori disertano le urne o votano candidati ostili alla classe dirigente; la vecchia classe dirigente non fa altro che lanciare giudizi pretenziosi (quanto poco è letto Foucault sulla non neutralità dei saperi e su come questi siano espressione di strutture sociali).
In tutto l’Occidente, la classe dirigente ha espresso per decenni una politica che ha aumentato le disparità e causato la rabbia che oggi porta i vecchi elettori a non votarla.
Paradossalmente, in questo momento in cui la politica è in crisi, ne subiamo un’overdose: notizie dell’ultima ora, sondaggi continui, siti di informazione, i commenti degli amici, i pareri degli esperti del pianerottolo di twitter, le tv internazionali; ogni sei mesi si vota qualcosa: europee, referendum, provinciali, nazionali, municipali, sindaci, ballottaggi! La battaglia è aspra, i politici cercano in tutti i modi nuovi elettori, l’impressione è quella di dover vendere un prodotto e intanto cambia poco, spesso i cognomi rimangono gli stessi per decenni, in alcuni paesi si candidano intere famiglie; in altri paesi si inventano missioni intorno a cui ci si paralizza: “la riforma elettorale è urgente”, correva l’anno 1994.
L’autore elenca alcune delle linee di pensiero più diffuse per reagire: la tecnocrazia (capiamo tutto noi, chi non vota noi non capisce: un fallimento, tanto elettorale, quanto nei risultati); il cosiddetto populismo (in grande ascesa, ma foriero di ben poca cosa, neanche delle grandi tragedie di cui tacciato); la democrazia deliberativa, quasi perfetta, ma di difficile applicazione per i grandi contesti.
L’autore propone degli esempi storici: l’Atene classica; il comune fiorentino e la repubblica di Venezia. In tutti questi casi alcune cariche istituzionali furono a sorteggio. Sì, avete letto bene e sì, anche io all’inizio pensavo non fosse giusto.
All’inizio delle rivoluzioni francese e americana, sembra che la proposta del sorteggio fosse stata avanzata, ma scartata per i limiti tecnologici dell’epoca e sembra che i proprietari terrieri avessero tirato un bel sospiro alla notizia. Il sorteggio appiana, infatti, qualsiasi differenza sociale, emotiva, economica, geografica: non esiste timidezza, propensione alla leadership, affidabilità, nascita, cultura, ricchezza o raccomandazione, che possa favorire X su Y in un sorteggio corretto. Tutte le parti avrebbero la stessa possibilità di essere rappresentate (con opportune regole) e tutti gli elettori dovrebbero informarsi per rispondere (se lo desiderano) al sorteggio.
Il cambiamento sarebbe in atto: Columbia Britannica e Ontario hanno fatto ricorso al sorteggio per la riforma elettorale; così anche i Paesi Bassi; l’Islanda per la riforma costituzionale (ricorda qualcosa?).
In casi così delicati per la democrazia, un referendum finale è una scelta ovvia.
L’autore conclude auspicando un sistema misto di elettività per le cariche di medio termine e sorteggio per le cariche brevi.
Fare meno politica, per farla meglio; meno esperti e più persone comuni che scelgono di collaborare; meno interessi e più persone interessate.
Lo stile è saggistico, scorrevole e con grafici che aiutano la lettura.
Disponibile anche in formato e-book, con possibilità di download immediato.
CONSIGLIATISSIMO, per resistere alle crociate costituzionali.

Voto al libro: 10

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