Il lampione

Adriana Macorini, già autrice di un libro e di un podcast per la nostra casa editrice, ci regala un racconto di Halloween. Buona lettura!

 


 

Era da quando avevo sei anni che l’oratorio rappresentava l’unica attività extra scolastica che mi fosse concessa; nei pomeriggi quando per qualche ragione non ci andavo, me ne stavo chiuso in casa a leggere o a giocare da solo. Dopo la Prima Comunione ero diventato uno dei chierichetti favoriti da Padre Valerio che, per le funzioni più importanti mi preferiva ad altri, perché, diceva, ero un ragazzetto responsabile e con la testa sulle spalle. Mi chiedo, ora, se il povero religioso non avesse preso un abbaglio o, più semplicemente, che la sua professione lo avesse portato a conoscere meglio i meccanismi dell’anima, piuttosto che quelli della mente. Ma sto divagando, quando invece devo concentrarmi su quanto ho da dire e su quanto accadde quella sera del 31 ottobre di quarant’anni fa.

Era stata una giornata fredda e umida. Il sole non si era fatto vedere, salvo qualche pallida apparizione non sufficiente a riscaldare l’aria. Dopo la scuola, avevo trascorso il pomeriggio in oratorio, dove avevo letto alcuni giornaletti e avevo tentato di giocare con gli altri ragazzini. Padre Valerio, poi, aveva chiamato il gruppo dei chierichetti per la confessione e per comunicarci chi avrebbe servito la Messa il giorno dopo e chi la domenica successiva. A me capitò la funzione delle 10.00 della domenica e ricordo che ne fui contento, perché l’indomani, il primo novembre, avevo sperato di poltrire a letto.

Ma tra una cosa e l’altra non mi ero reso conto che si era fatto veramente tardi e alle 18.48 (lo ricordo perché indossavo il mio nuovo orologio a cristalli liquidi di cui andavo molto fiero) salutai Padre Valerio e mi avviai velocemente verso casa.

Ero veramente preoccupato, perché sarei dovuto rientrare alle 19 in punto. La mamma in questo era molto rigida e non transigeva: erano tante le cose che non mi permetteva di fare e le sue leggi andavano rispettate fino in fondo, in particolare da quando il papà se ne era andato via due anni prima. Senza dare alcuna spiegazione era semplicemente sparito dalla nostra vita.

Guai a me dunque se fossi arrivato in ritardo, la mamma mi avrebbe punito severamente. Non avrei potuto cenare con lei, ma in compenso avrei dovuto rassettare la cucina e lavare i piatti, per poi venir spedito in camera mia, al buio, non potendo tenere la luce accesa neppure per leggere e, cosa che mi faceva stare veramente male, senza che lei scambiasse con me una parola.

Così per abbreviare il tragitto verso casa decisi di avviarmi per un vicoletto dove non passava mai nessuno, chiuso da un lato da un alto muro che delimitava un vecchio magazzino abbandonato e, dall’altro lato, un edificio senza finestre, ma con dei piccoli oblò posti quasi sotto il tetto, una costruzione ormai in rovina che si diceva fosse stata il laboratorio di un chimico che aveva fatto degli strani esperimenti i cui risultati, probabilmente, lo avevano fatto scappare, tanto che di lui si erano perse le tracce.

Per chiarezza di cronaca voglio affermare quanto ho sempre sostenuto: se non fossi stato proprio costretto dalla circostanza, non avrei mai e poi mai preso quel vicolo. Solo qualche rara volta, infatti, l’avevo percorso con il papà, senza però farlo sapere alla mamma, perché lei era convinta che lì, nel passato, fossero accadute “cose nefaste”. Diceva proprio così “cose nefaste, Furio mio! Hanno ucciso un uomo e alcuni bambini sono stati rapiti. Tu non vuoi sparire e lasciare sola la tua mamma, vero?” Ricordo che una volta il papà si era pure arrabbiato quando l’aveva sentita parlare così, ma non saprei dire il perché, visto che mi avevano spedito in camera mia, mentre loro erano andati avanti a discutere.

Quella sera, anzi LA sera di cui devo parlare, il vicolo rappresentava l’unica soluzione per evitare il castigo e, racimolato tutto il coraggio che avevo, invece di proseguire per la via principale, girai all’ angolo. Ovviamente non c’era nessuno e, se non fosse stato per alcuni lampioni che emanavano una pallida luce giallognola, lattiginosa e per nulla invitante, sarebbe stato completamente buio e vuoto.

Il palo del primo lampione, che per effetto della prospettiva, ora lo so, mi appariva il più alto di tutti, era ricoperto da una pianta rampicante i cui filamenti legnosi privi di foglie avevano rivestito anche parte della plafoniera e pendevano inerti e immobili creando un effetto più tetro al cono di luce che si protendeva verso il basso.

Mi fermai un attimo a fissarlo.

Un brivido mi percorse dalla testa ai piedi come una scossa elettrica, perché per un attimo fui quasi certo che i filamenti ondeggiassero anche se non c’era un filo di vento e la plafoniera stessa sembrò scuotersi e girarsi da una parte all’altra, come faceva sempre la maestra quando si lamentava della sua cervicale.

E’ un effetto ottico” dissi ad alta voce. Ne avevamo parlato a scuola un paio di giorni prima quando ci avevano fatto vedere delle figure che prima erano una cosa e poi, se le fissavi intensamente, diventavano un’altra. Affrettai allora il passo.

La strada che avevo lasciato sembrava lontanissima e da essa non proveniva alcun rumore. Niente di niente: c’era solo il silenzio e quello strano lampione.

Respirai a fondo e cercai di muovere le gambe con passo sicuro e tranquillo. Mi convinsi che non ero più un moccioso e che non c’era nulla nel vicolo, proprio nulla, di cui temere.

Relativamente più sicuro di me, continuai a camminare. Forse volli testare il mio coraggio e, all’ avvicinarmi al primo lampione, alzai gli occhi per dare una sbirciata alla plafoniera. Perché lo feci? Non lo so, ma so che me ne pentii subito. Ero lì, vicino al palo e quello che vidi non fu un effetto ottico. Il dondolio dei filamenti e il movimento della plafoniera da un lato all’altro era reale. Il lampione si era mosso. Avvertii una goccia di sudore freddo formarsi sulla mia fronte ed il mio respiro farsi più affannoso. Fu solo l’istinto o il pensiero della punizione che mi spinse avanti e con un grande sforzo di volontà riuscii ad oltrepassare il primo lampione. Mentre attraversavo il cono di luce sentii un fruscio “Shh.. Shh…” Non capii cosa fosse. Un gatto, forse, nascosto dietro al muro. Ma non mi importava granché scoprire la causa, volevo solo attraversare quel vicolo e arrivare il prima possibile a casa.

Shh… Shh…” alle mie spalle un secco rumore di ferro che veniva scosso mi fece sobbalzare. Lentamente mi girai e rimasi paralizzato: percepii, più che vedere, che il palo non era più al suo posto. Sentii il sapore del panico in bocca: i miei sensi mi avevano abbandonato e non potevo fare affidamento sulle mie capacità. Ero così spaventato da immaginare qualcosa che era impossibile fosse vera.

Shh… Shh… non correre “. Più che una voce, un suono metallico e allo stesso tempo cavernoso proveniva da un punto dietro di me.

Shh… Shh… è tardi, Furio! La mamma te la farà pagare!” continuò quella voce.

Tornai a girarmi di scatto. Penso fu proprio quello il momento esatto che nella mia testa qualche ingranaggio saltò e si ruppe definitivamente e da allora nulla nella mia mente ha più funzionato.

Il lampione non c’era più, al suo posto vedevo una lunga figura dalle esili braccia, quasi dei fili che vorticavano nell’aria come delle sibilanti fruste. La testa era avviluppata in lunghi capelli dritti, molto simili ai filamenti del rampicante che avevo notato prima avvolgere il lampione e il volto era una maschera luminosa e arcigna con le orbite degli occhi vuote, due buchi neri che sembravano essere spalancati su una voragine e che, se si fossero posati su qualcuno, lo avrebbero di certo risucchiato nelle loro profondità.

Shh… Furio sarai punito! Ti devo punire per il tuo bene…”

Non ho coscienza di cosa feci, probabilmente urlai ed iniziai a correre. Non ne sono sicuro.

Il fatto è che non ricordo nulla.

Ho tentato in tutti i modi di capire cosa accadde poi, ma nonostante tutte le terapie e le medicine, è come se non avessi vissuto quei momenti e la mia vita avesse ripreso il suo corso solo quando mi ritrovai in una stanza dell’ospedale in compagnia di una donna poliziotto che non staccava gli occhi da me.

Ma cosa era accaduto?

Ho la sensazione che iniziai a correre, forse, ma il lampione trasformato in quella “cosa” era sempre lì dietro a me e, a mano a mano che raggiungevo il lampione successivo, mi ritrovavo pure quello alle spalle nella sua forma mostruosa. Gridavano parole che non fui in grado di registrare, perché un dolore acuto mi trapanava il cervello. Ma ancora oggi sono convinto che fosse il primo lampione ad avercela con me, gli altri lo seguivano come i soldati seguono il loro comandante.

Devo aver raggiunto casa ed essere entrato – questo è un fatto accertato -, ma non ricordo che la mamma abbia avuto modo di sgridarmi. Deve essere calata una fitta tenebra nell’atrio e quelle creature devono essersi impossessate del luogo.

Almeno credo.

Sono quasi sicuro che c’era molta confusione e che la figura che era stata il lampione più alto fosse quella più arrabbiata e che il suo viso, con quei buchi vorticosi che aveva al posto degli occhi, si avvicinasse al mio per gridare “Shh … Shh… hai fatto tardi, hai fatto tardi”.

Ma neppure oggi riesco ad essere più preciso.

Mi hanno raccontato, anni dopo, che alcuni vicini erano accorsi attirati da grida e urla e che mi trovarono a terra con un pezzo di ferro in mano, mentre mia madre era lì vicino, in una pozza di sangue, ormai senza vita con conficcati negli occhi due pezzi di vetro, i quali, come fu provato dalla polizia, erano i pezzi di una lampadina dell’illuminazione stradale.

E’ ormai da più di quarant’anni che sono qui in questo istituto. Non sono più andato a scuola, né all’oratorio e nessuno è mai venuto a cercarmi, neppure Padre Valerio che aveva detto che ero un bravo ragazzo con la testa sulle spalle.

Ogni anno aspetto con trepidazione l’ultimo giorno di ottobre, perché nella mia vita è IL giorno per eccellenza. E cerco di trovare una spiegazione, una logicità degli eventi che continua a sfuggirmi. Per questo motivo per dodici mesi all’anno mi preparo attentamente, proprio per arrivare a questo giorno e provare a ricostruire con rigore e logica quanto mi è accaduto. So che ci riuscirò prima o poi e allora sarò di nuovo Furio, un uomo libero di vivere la propria esistenza e non una larva rinchiusa in una stanza dell’istituto.

Di questo sono sicuro. Lo ripeto sempre e lo dico pure a voi

Shh… Shh… non è ancora troppo tardi!”

 

  • Adriana Macorini
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