Intervista a Adriana Macorini

Rossana Grandi ha intervistato Adriana Macorini, autrice di “Ritrovarsi a Killeshandra“, il nuovo ebook della Germani Editore.

D: L’editore mi ha accennato della tua esperienza in Irlanda, ti va di parlarmene più approfonditamente? Quando e per quanto sei stata? Dove?

R: La prima volta che misi piede sulla “isola di smeraldo” fu nel 1986. Ero il classico caso di studentessa in lingue straniere impegnata a migliorare la conoscenza dell’inglese, anche se avevo deciso di prendere una strada meno frequentata; non volevo, in altre parole, ritrovarmi a frequentare un corso a Londra circondata da italiani. Inoltre, all’università, avevo seguito un corso sulla letteratura irlandese che mi aveva appassionato, quasi elettrizzato direi, e perciò divenne facile optare per un soggiorno a Dublino. Contattai un’agenzia per ragazze alla pari e fui assegnata a una famiglia nella zona sud della città (quella benestante, per intenderci) per quattro mesi. Quando ripenso a quel periodo, trovo che sia stata una delle esperienze fondamentali della mia vita. So che non a tutte le mie “colleghe” di allora è andata bene, problemi con le famiglie, bambini impossibili, nostalgia di casa e cose del genere. Penso di aver avuto molta fortuna, perché mi trovai benissimo con una famiglia i cui membri, grandi e piccoli, sono diventati dei veri amici (sembrerà strano, ma dopo più di trent’anni, sono ancora in contatto con loro). Nel momento di decidere l’argomento della tesi, ovviamente, non potevo non considerare un soggetto irlandese e perciò l’anno dopo feci armi e bagagli e, questa volta, mi fermai in Irlanda per ben due anni. Con la scusa di recuperare il materiale per la tesi (allora non esisteva internet e tutto andava cercato nelle biblioteche) vissi tra Galway e Dublino, non mancando di girare in lungo e in largo sull’isola, e mantenendomi con piccoli lavori da studente. Non me ne sarei più andata: mi sentivo “a casa”, nel vero senso della parola, ma dovevo discutere la tesi e, con le lacrime agli occhi, ritornai a Trieste, dove mi sono laureata con un lavoro su W.B. Yeats ed il folkclore irlandese. Anche in anni più recenti, sono tornata più volte sia a Dublino sia nella zona del Connemara, ma solo in vacanza per brevi periodi.

D:Hai mai pensato di trasferiti in Irlanda?

R: Direi che ciclicamente mi viene la voglia di mollare tutto e trasferirmi in un paese che mi ha dato tanto in termini umani e di cultura, e non mi riferisco solo all’aspetto linguistico, ma proprio a quel modo di guardare alla vita che è molto “gaelico” e allo stesso tempo inglese, un approccio determinato sicuramente dalle travagliate vicende storiche di questo popolo. Purtroppo però gli impegni che mi tengono ancorata qui sono troppi e penso che i grandi cambiamenti nella vita di ognuno si fanno da giovani… O da pensionati. Chissà, forse non è detta l’ultima parola…

D: C’è una base autobiografica o in qualche modo reale del racconto?

R: Proprio autobiografica non direi. Nei miei periodi “irlandesi” ho conosciuto molte persone i cui tratti, forse, si possono riconoscere in alcuni personaggi, in particolare tra le amiche di Kathleen. Quello che di reale c’è nel racconto è una certa atmosfera, che si vive veramente nei piccoli borghi dell’Irlanda rurale. Ad esempio, i pub, le chiacchiere nei piccoli negozi che sono dei veri centri di aggregazione, ecco, direi che di reale nel racconto c’è proprio questa Irlanda.

D:Una cosa che ho apprezzato molto del libro è la capacità di descrivere approfonditamente personaggi con caratteri molto diversi, come Phila o Katlin: in quale delle due ti rispecchi di più? E come hai fatto a descrivere così bene l’altro carattere?

R: A me piace osservare le persone, vedere come reagiscono a ciò che le circonda e ai fatti della vita, cercare di capire perché si comportano in un certo modo anziché in un altro, e via di questo passo, quindi, è stato interessante immedesimarsi nei pensieri dei personaggi, lasciando probabilmente delle tracce della mia personalità in ognuno di loro. Kathleen e Phila sono in un certo senso impegnate a compensarsi l’un l’altra e mi sono divertita ad invertire un po’ i ruoli: la madre è la sbarazzina, mentre è la figlia quella più posata. Questi due personaggi sono un po’ come guardare un negativo: l’immagine è quella ma il bianco è nero e il nero è bianco. Per rispondere alla tua domanda forse mi ritrovo di più in Kathleen, certe scelte le ho fatte proprio come lei, quasi senza pensarci.

D: Qualche autore irlandese o italiano ti è particolarmente caro? Ti sei ispirata alla sua opera per il testo e lo stile?

R: Ci sono decisamente alcuni autori irlandesi che mi hanno colpito per la loro capacità di riprodurre quell’atteggiamento allo stesso tempo esilarante e malinconico, quella “irlandesinità” appunto come è stata raccontata da Roddy Doyle o da Brendam O’Carnell, e che in un certo senso mi hanno ispirata per l’atmosfera di Ritrovarsi a Killeshandra.

D: Ho trovato molto interessante la scelta degli AC/DC: che musica ascolti?

R: Gli AC/DC sono stati una scelta dettata da ragioni narrative. Avevo bisogno di un gruppo famoso, la cui musica fosse conosciuta, ma allo stesso tempo di un genere di “nicchia” che poteva essere appropriato per la stravaganza di Kathleen. Se devo dire la verità, l’heavy metal non l’ho mai seguita e, a dirla tutta, non mi piace proprio. Sono invece una fan sfegata degli U2 (quando ero a Dublino sono rimasta per un giorno intero davanti ai Windmill Lane Studios nella speranza di incontrare Bono, ma senza riuscirci ovviamente!), e non disprezzo neppure altri artisti irlandesi come i Pogues, Sinead O’Connor e altri.

D:So che vivi a Trieste, una bella città di mare, proprio come la mia Genova; le nostre due città hanno molto in comune, un grande passato marinaro e letterario, ti senti molto legata al luogo in cui vivi? Raccontaci la tua Trieste?

R: Gente di mare, che se ne va, dove gli pare, dove non sa“, cantavano Raf e Umberto Tozzi alcuni anni fa. E devo dire che ritrovo molto di Trieste in queste parole. C’è sempre di mezzo il mare, in tutte le varie accezioni, quando si parlarla con un triestino. Mio padre ad esempio per un lungo periodo è stato un marittimo che ha girato mezzo mondo, i miei cugini hanno tutti studiato all’istituto Nautico, ho degli amici che con la loro barca a vela sono sempre impegnati in qualche impresa, d’estate ci si ritrova tutti sul lungomare di Barcola a prendere il sole e a farsi una nuotata, insomma Trieste è il suo mare e il mare è Trieste. Sono decisamente molto legata alla mia città e non solo perché qui sono nata. Si vive un’atmosfera particolare e penne eccellenti hanno provato a descriverla sotto tutti i punti di vista. Quello che posso dire è che per capire Trieste bisogna viverla. La si apprezza solo quando ti devi opporre al “refolo” di bora che letteralmente ti fa volar via, quando assaggi la sua cucina dai gusti mitteleuropei così lontana dai piatti mediterranei, quanto ti stendi al sole in uno stabilimento che con un muro divide gli uomini dalle donne, quando senti parlare sloveno dagli italiani e italiano da chi non lo è. E poi non è un caso che sono nata e cresciuta nella città dove James Joyce ha deciso di rifugiarsi e dove ha iniziato a scrivere, guarda caso, proprio l’Ulisse.

D: Come mai il tuo protagonista maschile è un campione di nuoto? Svolgi o ti interessi a questo sport?

R: La storia del campione di nuoto è frutto di lunghi pomeriggi trascorsi in piscina. Ma decisamente non come nuotatrice! E’ da quando aveva cinque anni che mio figlio pratica questo sport e mi sono ritrovata, mio malgrado, a frequentare il polo natatorio cittadino. Ho iniziato a scrivere le prime pagine del racconto proprio sugli spalti della piscina, in un clima sub-tropicale, circondata da altri genitori, tra i quali anche quelli che cercano nei figli le soddisfazioni che non hanno avuto. Trovo che oggigiorno i ragazzini siano sottoposti ad un grande stress agonistico, soprattutto da parte di chi invece dovrebbe incoraggiarli a divertirsi. C’è sempre qualcuno che cronometra la gara, o si lamenta del risultato, dimenticando che in realtà, lo sport dovrebbe soprattutto insegnare, più che a vincere, a perdere e a gestire la sconfitta in modo propositivo. Proprio dall’osservazione di questi atteggiamenti, mi sono chiesta, cosa sarebbe successo se il figlio di uno di questi genitori fosse un campione mondiale e da questi pensieri è nato Cody e il suo odio/amore per il nuoto.

D:Killeshandra, un luogo fantastico o un luogo reale? Non ho avuto il coraggio di approfondire il tema per non abbandonare quell’aura letteraria che mi ha accompagnata durante la lettura del tuo libro.

R: Esiste, esiste, eccome se esiste. E’ un piccolo villaggio quasi sul confine con l’Irlanda del Nord. Io ci sono stata per alcuni giorni ospite di una parente della famiglia per cui lavoravo come ragazza alla pari. E’ veramente un puntino sulla mappa, tra laghi e verdi colline, e vi si respira quell’atmosfera che ho cercato di ricreare nel racconto.

D: Chi è il tuo personaggio preferito?

R: Potrebbe sembrarti strano, ma tra tutti adoro Jack Malone, il custode dello “stagno” come lui definisce la piscina di Killeshandra. E’ un uomo che ha avuto una grande possibilità, quella di studiare in un college e di affermarsi come migliore atleta della squadra universitaria di nuoto, ma, come accade spesso, non è riuscito a tenersi a galla, ha perso tutto e si accontenta di tirare avanti trovando conforto nella bottiglia. E’, in un certo senso, un monito anche per chi, nella vita come nello sport, ha raggiunto buoni traguardi. Alla fine del racconto, oltre alla protagonista Kathleen, è proprio Jack Malone colui al quale l’inaspettato svolgersi della vicenda regala un’altra possibilità di riscatto e l’opportunità di ricominciare da capo, cosa che penso ognuno di noi vorrebbe accadesse: avere ancora una chance per cambiare quello che nel passato non è andato per il verso giusto

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