L’utero è mio e lo gestisco io. E pure gli ovuli e il burkini

Comincio come non si dovrebbe mai cominciare un post. Con un’avvertenza che probabilmente dissuaderà la maggior parte delle persone a proseguire la lettura.

Questo è un post lungo e probabilmente superfluo per chi si occupa dei temi di cui tratteremo. La mia intenzione è infatti quella di proporre una raccolta dei commenti a mio avviso più interessanti su tre questioni che hanno tenuto banco negli ultimi 9 mesi: la gestazione per altri, la questione del burkini e l’ormai famigerato fertility day.

Non aggiungerò quindi molto a quanto già detto nelle settimane e nei mesi precedenti da ben più autorevoli fonti, sperando che questo post possa invece essere utile a chi ancora non si fosse fatto/a un’idea o a chi avesse voglia di ampliare le riflessione.

Dopo aver sprecato 10 righe solo per mettere le mani avanti, vado al dunque.

 

La gestazione per altri apre le danze

Non è una novità ma forse mai come nell’arco di questo 2016 il corpo delle donne è stato così al centro del dibattito pubblico.

Ad aprire le danze è stata l’accesa polemica – anche all’interno dello stesso movimento femminista – sulla questione della gestazione per altri. Già scegliere di usare questa definizione anziché quella di “utero in affitto” dice molto circa il mio posizionamento sul tema. Come spiega bene la filosofa Giorgia Serughetti:

fin dalle parole scelte per parlarne, il fenomeno qui discusso assume connotazioni differenti, che orientano gli atteggiamenti dell’opinione pubblica e del legislatore. “Maternità surrogata” o “surrogazione di maternità” (surrogacy), “gestazione per altri” o “d’appoggio”, maternità “di sostituzione” o “per procura” sono alcune delle espressioni utilizzate nelle diverse lingue per nominare la varietà di pratiche messe in atto quando una donna si rende disponibile a portare a termine una gravidanza per conto di singoli o coppie sterili. In Italia la locuzione dal sapore denigratorio “utero in affitto” è usata da alcuni per sciatteria o sensazionalismo giornalistico, da altri – incluse diverse voci femministe – per evidenziarne gli aspetti riprovevoli e chiederne la messa al bando. Proprio per questo, è invece evitata da osservatrici e osservatori più aperti alla discussione o inclini alla depenalizzazione.

Sgombro quindi subito il campo: personalmente non sono favorevole alla messa al bando della gestazione per altri, proposta avanzata dal gruppo “Se Non Ora Quando – Libere” nel dicembre 2015 che ha, di fatto, dato il via alle polemiche nel nostro Paese, assumendo una dimensione così ampia anche perché innestatasi – in maniera strumentale – sul dibattito sulle unioni civili e sulla stepchild adoption (la possibilità di adottare i figli del partner dello stesso sesso), in quel periodo in discussione al Parlamento.

Diverse sono state le femministe che hanno invece preso parola in questo senso. Un nome su tutte: Luisa Muraro, figura di riferimento del femminismo italiano, che a inizio anno ha pubblicato il volume “L’ anima del corpo. Contro l’utero in affitto”. Libro che – non a caso – ha goduto di ottima stampa da parte dei media cattolici: il quotidiano della Conferenza episcopale, Avvenire, gli ha dedicato ampio spazio, e positiva accoglienza ha anche ricevuto da Zenit, nonché da Tempi rivista vicina a Comunione e Liberazione.

Personalmente, nessuna delle argomentazioni che ho sentito a difesa di questa posizione mi convince. “Non è mai una libera scelta” dice per esempio Muraro. Un’affermazione che a me, che una volta incontrato il femminismo mi sono alimentata del mantra “non prendere parole per le altre” e della pratica del “partire da sé”, suona assolutamente stonata.

Alle mie orecchie è suonato invece benissimo quanto detto dalla bioeticista Caterina Botti in un incontro a Bruxelles, organizzato dal Gruppo Gue della Commissione Femm, al quale ho avuto la fortuna di partecipare nel marzo scorso. Diceva più o meno Botti, esprimendo la sua contrarietà al divieto, che espropriare le donne della possibilità di decidere significa non riconoscerle come soggetti capaci di scelta morale e si tradurrebbe nel conferimento ad altri – allo Stato per esempio – di questa capacità.

Altrettanto illuminante mi è sembrato quando detto dalla già citata Serughetti prima in un’intervista per Noi donne e poi nel già citato articolo per Alternative per il socialismo.

Dice Serughetti rispetto alla questione dell’eventuale sfruttamento della donna in condizioni di povertà:

In un contesto di libero mercato ci sono infinite situazioni regolate da contratto in cui la diseguaglianza entra come fattore distorsivo, condizionando non poco quelle che definiamo scelte in ambito economico. Non c’è bisogno di guardare lontano, basta pensare alla vita delle badanti straniere in Italia, costrette a lasciare figli per anni o decenni nel proprio paese d’origine. Che tipo di scelta è? Quanto pesa l’assenza di altre opportunità? A maggior ragione nella maternità surrogata, dove la risorsa messa a disposizione è la capacità riproduttiva, c’è da immaginare che in condizioni di forte condizionamento economico o culturale possano determinarsi abusi anche gravi. Per evitarlo non servono però nuovi divieti, ma nuovi diritti

 

E ancora:

La maternità surrogata fa parte, a mio avviso, di quell’insieme di pratiche umane che possono assumere significati anche molto diversi per i soggetti coinvolti, a seconda di come sono organizzate socialmente e del contesto in cui si collocano. La condizione di una madre portatrice povera e del tutto priva di tutele, in un paese come l’India o il Nepal, appare molto distante da quella di una portatrice negli Stati Uniti, dove chi si offre per la gestazione per altri deve dimostrare di avere un certo reddito, non essere ciò in stato di bisogno, e avere già dei figli propri. Motivazioni, vissuti, grado di volontarietà e coercizione differiscono necessariamente nei due casi. L’analisi del contesto è perciò essenziale, mentre condannare tout court questa pratica come asservimento della capacità riproduttiva delle donne non tiene conto delle volontà singole, del limite che ognuna, se non è costretta da altri ed esercita pienamente la sua autodeterminazione, può e sa responsabilmente individuare per se stessa nell’uso del proprio corpo.

 

Per concludere:

Una posizione promettente, in un’ottica femminista, mi sembra ancora quella espressa vent’anni fa dall’attuale Special rapporteur dell’Onu sulla tratta di persone, Maria Grazia Giammarinaro, che cercava già allora una strada alternativa sia al proibizionismo sia al laissez-faire. Scrive la magistrata: “Le impostazioni coerenti con la cultura patriarcale sono soltanto due. O vietare la maternità surrogata, a tutela di una «naturalità» della procreazione che in sostanza coincide con la regola sociale data, e dunque con la supremazia del rapporto paterno. Ovvero ricondurre la maternità surrogata alle leggi altrettanto «universali» del contratto e del mercato. Se invece si ammette una validità dell’accordo subordinata al perdurare del consenso della madre sostituta, da una parte si privilegia il rapporto gestazionale, tipicamente materno, sul rapporto biologico, tipicamente paterno. Dall’altra si mette in primo piano un criterio di fonte femminile: tutte le decisioni che riguardano l’uso del proprio corpo devono essere libere, e dunque non possono essere coercibili. Il che significa che a una donna non si può imporre di essere o non essere madre. E neanche di usare o non usare il proprio corpo a fini riproduttivi. Non lo può imporre una legge dello stato e non lo può imporre un contratto” (1996: 99-100).

 

Il burkini infuoca l’estate

Più o meno per lo stesso motivo per cui non mi convince la posizione di quante e quanti vogliono vietare la gestazione per altri perché “non è mai una libera scelta” – vale a dire il fatto che cerco di non prendere parola per le altre, non pretendo di sapere se le scelte che compiono le altre sono libere o meno (non posso dirlo fino in fondo neppure di quelle che compio io!) – non mi ha affatto convinto il divieto di indossare il burkini voluto da alcuni sindaci francesi e poi bocciato dal Consiglio di Stato.

Nel difendere i provvedimenti, il premier Manuel Valls si è spinto a dire che “il burkini è incompatibile con i valori della Francia e della Repubblica, ed è l’espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna”. Come sottolinea Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia cristiana ed esperto di Medio Oriente, “il burkini è incompatibile con la Francia, ma tutto il resto no”.

Scrive Scaglione:

Voglio dire: il burkini offende la Repubblica e le donne ma ciò che produce il burkini e, soprattutto, produce quella visione estrema dell’ islam, l’asservimento delle donne e molte altre cose al premier Valls va benone. Anzi: lui lo ama, lo ritiene indispensabile. Fu proprio Valls, qualche mese fa, a dire che la Francia ha con l’ Arabia Saudita una “relazione strategica”. Quindi importante, anzi irrinunciabile. Eppure Valls sa come sono vestite le donne saudite. Sa che non possono guidare. Sa anche, Valls, che il wahabismo saudita è la forma più radicale e conservatrice di islam oggi praticata nel mondo. E che i wahabiti, usando i petrodollari, propagandano quella visione dell’ islam in tutto il mondo, finanziando scuole coraniche radicali, gruppi estremistici, financo gruppi terroristi. Ma ciò che offende e indigna Valls è il burkini

La questione la sento particolarmente. Sarà perché negli ultimi anni in spiaggia, con grande disappunto di amici e amiche, mi sono bardata da capo a piedi per non prendere il sole…

Ma la domanda è: a me che sguazzo a Cannes vestita di tutto punto qualcuno avrebbe detto qualcosa?

Penso di no. Rileva con la consueta lucidità la sociologa Chiara Saraceno:

Nessuno pensa di dare una multa non solo a una suora, ma anche a una donna non visibilmente appartenente a qualche gruppo religioso che se ne stia vestita di tutto punto sulla spiaggia. Nessuno si interroga sulle loro ragioni o sul fatto se siano o meno obbligate. Non si vede perché si debba usare un criterio diverso per le donne che indossano il cosiddetto burkini, in quanto sarebbe simbolo di una appartenenza a una comunità e ad una religione. A meno di non considerare lo stare il più possibile svestite simbolo della cultura occidentale, livrea obbligatoria per ogni donna che voglia vivere in un Paese occidentale, criterio discriminante per la sua integrazione – espressione dei “nostri valori”, per dirla con il primo ministro francese Valls

È per questo che ha ragione l’esperto di islam, Massimo Campanini, nel dire che “la guerra di civiltà o di religione è in atto, e questa volta non mi pare davvero si possa dire che l’abbiano scatenata i musulmani”.

Sull’opposizione “noi/loro” che soggiace al divieto del burkini si sofferma anche Luca Pasquet dalle pagine del settimanale delle Chiese evangeliche Riforma. Ne riporto un lungo passaggio perché a mio avviso estremamente interessante:

Per iniziare, il principio di laicità non richiede all’individuo un atteggiamento imparziale rispetto alla religione. Se esso implica che lo Stato mantenga un atteggiamento di equidistanza ed imparzialità rispetto alle diverse confessioni e credenze religiose, gli individui hanno invece tutto il diritto di essere di parte, di abbracciare la fede che preferiscono, e di dimostrare la loro appartenenza indossando ciò che vogliono. La laicità non produce insomma alcun obbligo individuale alla neutralità. Anzi, storicamente, la separazione tra chiesa e Stato è stata concepita come garanzia di pluralismo religioso e libertà di culto. L’imparzialità dello Stato è dunque funzionale alla libera “parzialità” degli individui, alla libertà di avere convinzioni soggettive e di comunicarle agli altri, anche mediante l’esposizione di simboli.

Ora, se quest’idea ha potuto essere deformata fino al punto di fondare il divieto di indossare un abito avente una connotazione religiosa, ciò è probabilmente dovuto a quel processo di mistificazione denunciato a più riprese dal sociologo e storico Baubérot: oggi, nel discorso politico e dei media, quando si parla di laicità, il “pubblico” non è più identificato con lo Stato, ma con la “sfera pubblica”, ossia lo spazio in cui le persone interagiscono, definito in opposizione alla nozione di “sfera intima”. In tale prospettiva, la laicità non impone più l’equidistanza dello Stato, ma la neutralità degli individui rispetto alla religione, con conseguente obbligo di occultare ogni espressione visibile della propria religiosità. Si passa da un principio posto a garanzia del pluralismo all’imposizione di una “neutralità” di Stato coincidente con una sorta di secolarizzazione consumista di mercato. Invece di tutelare le minoranze, questa “laicità falsificata” impone per legge la concezione di normalità della maggioranza.

Questo processo si spiega in parte con la tendenza a leggere il rapporto tra religioni e Stato in chiave di “scontro di civiltà”, ossia seguendo la logica del “noi/loro” piuttosto che una prospettiva pluralista. Le società occidentali vengono quindi descritte come “società laiche”, in opposizione alle società dei “paesi islamici”. In quest’ottica, si fa coincidere la laicità con la secolarizzazione della società. Si tratta tuttavia di un equivoco: le nostre società non sono “laiche”, ma pluraliste grazie alla laicità dello Stato, il che è ben diverso!

 

Rientrare dalle ferie per il fertility day

E quando ti sembrava che tutto potesse essere stato detto sul nostro corpo, ecco la sorpresa. Il Ministero della Salute, mentre eravamo distratti da altro, ha pensato bene di lanciare una campagna per la fertilità. La tua fertilità, la mia, quella un po’ di tutti quanti in età da riproduzione.

La questione ha moltissimi aspetti che meriterebbero approfondimento. Ne metto in fila qualcuno.

In primo luogo, come ha rilevato in più di una (Serughetti e la giornalista e pensatrice femminista Dominijanni), bisogna decidere se guardare alla questione della natalità/denatalità limitando lo sguardo all’Italia oppure, ed è questa la mia posizione, prendendo in considerazione l’intero Pianeta. Perché è vero, sì, che in Italia nascono pochi bambini, ma cosa succede nel resto del mondo? Succede che il Pianeta è sovrappopolato e che la popolazione cresce a ritmi inquietanti per la sostenibilità. Per cui il problema, di fatto, nell’unica ottica sensata in cui va affrontato, non esiste. O meglio abbiamo il problema opposto.

Premesso questo la campagna ha fatto storcere il naso proprio a tutt*.

A nessuno è sfuggito il sapore fascista del Piano, che ricorda tanto l’invito a fare figli per la Patria di mussoliniana memoria.

A molti e soprattutto molte è apparso chiaro che definire la fertilità “bene comune” significa negare l’autodeterminazione sul proprio corpo (e questo invece sa tanto di Chiesa cattolica).

Qualcuna ha giustamente rilevato che definire la sessualità come biologicamente destinata alla procreazione (come fa il documento di lancio del Piano, e anche qui il pensiero va Oltretevere) “delegittima qualsiasi rapporto non finalizzato a questo scopo, qualsiasi pratica sessuale che non abbia come obiettivo la trasmissione della vita” facendo emergere quanto il documento abbia come unico riferimento un’“eterosessualità obbligatoria”.

L’esperta di comunicazione Annamaria Testa  ha sottolineato come il risultato sia “una comunicazione che, anche se il Ministero dichiara di volerlo fare, rinuncia a informare e invece promuove un’ideologia. E lo fa utilizzando gli strumenti tipici della propaganda: minaccia (se non ti sbrighi non avrai figli! Se rinvii avrai un figlio solo, ammesso che arrivi!), ricatto (se non fai figli non sei un bravo cittadino!), aggressività (datti una mossa!)”

Tanti e tante hanno messo in luce la contraddizione esistente tra l’esaltazione della maternità – “parola d’ordine sarà scoprire il Prestigio della Maternità” – e l’assenza di servizi. Una questione che peraltro è presa in considerazione dal Ministero, laddove riconosce che:

impegnarsi per un welfare e anche per progetti di sostegno economico alla natalità (vedi bonus bebè, detrazioni fiscali, forme di lavoro flessibile, maggiore uso del congedo parentale per gli uomini, presenza capillare di nidi aziendali, ecc) non deve essere visto come una sorta di “compensazione” per il “disagio”, ma come un atto di responsabilità e giustizia sociale

Quello che invece al Ministero, e non solo, è sfuggito completamente è ciò che rileva Ida Dominjanni e che, almeno per me, mette il punto a tutta la questione:

Il calo della fertilità non è attribuibile solo a ostacoli di natura economica. Non si può affrontare il tema come se il desiderio di maternità fosse un dato certo, ostacolato dalla mancanza di reddito, sussidi e strutture. Un lavoro fisso, uno stipendio e un asilo nido sotto casa di certo incoraggiano a mettere al mondo un figlio più di quanto scoraggino la disoccupazione, il precariato e l’assenza di incentivi, ma poi, anzi prima, c’è dell’altro. C’è la logica, e l’ambivalenza, del desiderio, che non è mai un dato certo: c’è e non c’è, ci può essere e può non esserci, va e viene, può imporsi e può fallire, senza per questo diminuire la pienezza della vita di una donna. C’è la logica, e la fragilità, delle relazioni fra i sessi scosse dalla fine del patriarcato, che si ripercuote per vie spesso insondabili sull’infertilità delle coppie. Ci sono le incertezze dell’identità sessuale, il gender trouble che non si sa perché siamo tutte pronte a rivendicare come fattore di libertà ma non sempre facendoci carico del trouble che comporta anche sul piano procreativo. C’è la logica imprevedibile della sessualità, che ha a che fare con le ragioni dell’inconscio e non con la contabilità della spesa sociale. C’è la logica più prevedibile ma tutt’altro che certa delle tecnologie riproduttive che l’infertilità ambirebbero a risolverla. E c’è, su tutto, la libertà di non fare figli, che nel femminismo abbiamo guadagnato come libertà di grado non inferiore a quella di farli.

 


 

  • Ingrid Colanicchia
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