Maschilismo e femminicidio: il vero nome delle cose

Quando ho cominciato a pensare a quale argomento trattare per il primo post di questo blog, le idee che si sono affacciate alla mente sono state tante. Ma alla fine a imporsi come unica scelta possibile è stato quello che stava accadendo intorno a me, a noi, in questo inizio di giugno 2016.
Parlo delle vite stroncate di Sara, Alessandra, Michela, Federica: tutte morte ammazzate da uomini che non ritenevano legittimo che potessero autodeterminarsi, scegliendo per esempio di lasciarli.
Quattro femminicidi nell’arco di pochi giorni. Ma solo poche settimane prima era toccato a Debora, a Slavica e come in ogni guerra che si rispetti il rischio è che la conta debba essere aggiornata tra poche ore, forse già domani.
I media mainstream hanno finalmente imparato a chiamarli con il loro nome – femminicidi appunto – ma non hanno ancora imparato a nominare ciò che vi si cela dietro. E sì che le parole per descriverlo non mancano: si chiama maschilismo, sessismo, patriarcato.

E invece le parole più usate continuano a essere: raptus – anche quando l’assassino si è premurato di acquistare e portare con sé una bottiglietta d’alcol con cui dare fuoco alla vittima, l’ha aspettata sotto casa del fidanzato, l’ha seguita con la sua auto, per poi farla finire fuori strada e mettere in atto il suo piano; follia – anche quando l’assassino ha avuto tutta la lucidità per tornare alla propria vita e fare come se nulla fosse successo per più di un mese, prima di essere arrestato e confessare; mostro – anche quando l’assassino è uno come te, un tuo amico e solo il giorno prima non avresti mai pensato che potesse uccidere qualcuno.

Una narrazione che tenta di far credere che si tratti di eccezioni e che dunque non ci riguardi. Mentre è vero il contrario perché il patriarcato ci riguarda tutte e tutti.
Lo ha detto bene – fra le altre – Michela Murgia: “C’è un rifiuto da parte di molti ad accettare che il maschilismo esista e faccia ogni anno decine di morti. Negarlo però è un modo per continuare a pensare che quelle morti sono tutti raptus, tutti gesti inconsulti, tutte eccezioni, e non la norma di una mentalità che ci appartiene da secoli. Una cultura che costruisce e alimenta in tutti e in tutte noi l’idea che una donna sia una cosa (“sei mia/sono sua“) o una funzione (“la moglie/fidanzata/figlia/sorella/madre“), ma mai una persona dotata di autonomia”.
Pochi giorni fa al funerale di Luigi Alfarano, suicidatosi dopo aver ucciso la moglie Federica De Luca e il figlioletto Andrea, il prete, don Tonino Maria Nisi, ha pronunciato queste – incredibili – parole: “Il demonio si è messo in mezzo perché il demonio non vuole la nostra gioia. Con gli occhi della fede vedo Luigi con una mano che tiene la sua sposa e con l’altra abbraccia il suo bambino”.
Negli stessi giorni in cui accadeva tutto questo, il vicedirettore di uno dei quotidiani più diffusi nel nostro Paese – La stampa – pensava bene di dedicare la sua rubrica quotidiana alle nuove uniformi delle hostess di Alitalia. Scrive Gramellini: “Direttamente da un incubo della Fallaci o da un romanzo di Houellebecq sull’Europa Saudita, ecco le nuove divise della compagnia aerea fu-italiana, ora di proprietà della Etihad di Abu Dhabi. Le ha disegnate un milanese, ma il committente è musulmano e si vede. Dalla punta dei capelli a quella dei piedi, sarebbe vano cercare un centimetro di pelle scoperta”. “Vi leggo – prosegue Gramellini –la certificazione di cosa succede quando un bene italiano finisce nelle mani di una cultura che, quantomeno in materia di donne, si trova nelle condizioni più di prendere esempi che di imporne”.
Ecco, caro Gramellini purtroppo abbiamo ben poco da insegnare a chicchessia. E sarebbe ora che ce ne accorgessimo.

 

 

Ingrid Colanicchia

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