Il femminile in Orange Is The New Black

C’era una volta Sex and the City, ovvero la serie tv delle donne per le donne. Un trionfo di glitter rosa, sesso promiscuo, benessere economico ingiustificato e frivolezza intellettuale. Eppure, pur con tutti i suoi difetti, Sex and the City per un lungo periodo è stata davvero un’isola felice in cui si parlava di sessualità femminile, mestruazioni, discriminazione sul posto di lavoro, in un universo di serie tv popolato da personaggi femminili stereotipati e plastificati funzionali solo ai protagonisti uomini. Ma davvero quell’esplosione di leziosità e tacchi alti era il massimo che si potesse fare in proposito?

Venti anni dopo, Orange Is The New Black risponde di no.

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Nella prigione di Lichfield non c’è spazio per gli stereotipi. OITNB è uno spaccato di realtà femminile nella sua rappresentazione più cruda. Ogni detenuta è protagonista della sua vita, nonché di una puntata da cinquanta minuti in cui viene raccontato il suo passato e, a grandi linee, il motivo per cui si trova in galera. Nella grande varietà di rappresentazioni femminili che la serie tv offre, si compie un miracolo di equilibrio tra verosimiglianza ed originalità: purtroppo molti luoghi comuni sono reali, le prigioni statunitensi femminili strabordano di detenute ispaniche ed afroamericane mentre scarseggiano di bianche borghesi; OITNB tiene conto dei dati, ma poi ci gioca a suo piacimento, raccontando ampiamente anche delle eccezioni, ovvero Piper, la protagonista caucasica e perbene, o Nicky, una ricca e viziata figlia dell’alta borghesia newyorchese caduta nella trappola dell’eroina, o ancora Sophia, una transessuale afroamericana (rappresentata in maniera eccellente da Laverne Cox, una vera attrice transessuale). E ancora: anziane con un passato da anarcoinsurrezionaliste, ex rapinatrici di banche, trafficanti di droga, immigrate che a malapena parlano la lingua, giovani madri private dei figli, fanatiche religiose, lesbiche incallite. Non c’è una sola categoria umana che non sia rappresentata in OITNB… A patto che sia femminile.

(L-R) Laverne Cox, Beth Fowler and Kimiko Glenn in a scene from Netflix’s “Orange is the New Black” Season 2. Photo credit: JoJo Whilden for Netflix.

E in questo caleidoscopio di colori, lingue, usanze diverse, che nemmeno la squallida divisa cachi di Lichfield riesce a nascondere, c’è un non detto, una complicità di fondo, che non viene mai meno nel corso di tutta la serie: le protagoniste hanno qualcosa in comune, che le rende complici più di quanto accada tra loro agli uomini. Qualcosa di indefinito e di indefinibile, che le detenute si passano di mano in mano come una staffetta insieme agli assorbenti, ai rossetti, agli occhiali da lettura, ai test di gravidanza, alle creme idratanti, un segreto che permette loro di creare alleanze improbabili e, alla fine, di sopravvivere alle quattro mura e alla crudeltà e superficialità delle guardie carcerarie, in gran parte uomini, che di fronte a questo “non detto” non trovano altro modo di reagire se non con la frustrazione e la violenza.

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Homo sum, humani nihil a me alienum puto” diceva Terenzio. È arrivato il momento che l’universo maschile compia lo stesso ragionamento nei confronti di quello femminile, smettendo di considerarlo un’eccezione alla regola, qualcosa di trascurabile e di minoritario. OITNB si muove in questa direzione, sbattendo in faccia a tutti l’universo femminile per come è veramente, e non solo una delle sue rappresentazioni patinate ed addolcite in funzione degli animi sensibili.

https://www.youtube.com/watch?v=fBITGyJynfA


Irene Meloni

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