Quando i nomi fanno la differenza

Come un immaginario sessista può influenzare anche la percezione dei fenomeni atmosferici


 

Comincia una nuova settimana e il meteo.it ci rassicura affermando che dopo “fast storm” arriverà “Azzurro”. Agosto sarà all’insegna del bel tempo in linea con le medie stagionali. Tutti felici quindi, le nostre vacanze sono al sicuro e hanno già un sapore più spensierato.

Da qualche anno il meteo.it tira fuori dal cappello nomi evocativi per i fenomeni atmosferici in arrivo sulla nostra penisola. Definizioni banali come «ondate di caldo/freddo» sono ormai alle nostre spalle rimpiazzate da suggestivi riferimenti per lo più mitologici o storici quali Caronte, Scipione,Ugolino, Circe, Giunone ecc.: stratagemma di marketing molto criticato, ma vincente che è riuscito ad avere risonanza anche su radio e giornali.

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Sinceramente la trovata poteva anche essere carina se non fosse che, a forza di ascoltare questi nomi, si noti una strana coincidenza: perché generalmente i fenomeni che portano caldo e afa hanno nomi maschili, mentre quelli che provocano maltempo sono femminili?

Insospettita dal fatto sono andata a «spulciare» sul web e ho scoperto che dal 1950 fino al 1979, nei paesi anglosassoni, che hanno inaugurato il costume di battezzare i fenomeni atmosferici, agli uragani veniva sempre attribuito un nome femminile.

Il motivo non è stato mai esplicitamente spiegato dagli enti responsabili –il National Hurricane Center (NHC) e la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) – ma il riferimento alle caratterizzazioni che da tempo immemorabile accompagnano gli stereotipi sull’universo femminile sembra una buona pista.

L’immagine della presunta “natura” imprevedibile, capricciosa, instabile, distruttiva, della Donna che illustri filosofi e scrittori per secoli hanno tramandato, facilmente poteva aver abitato l’immaginario dei meteorologi americani di quegli anni fino a influenzarne le scelte.

Dopo le critiche mosse dai movimenti femministi si è però assistito a un cambiamento di rotta e dal 1979 l’organizzazione meteorologica mondiale alterna nomi femminili e nomi maschili. Probabilmente al meteo.it è sfuggito questo dibattito.

La questione, però, non finisce qui, anzi, si complica: benché le “pari opportunità dei nomi” – almeno fuori dall’Italia – siano ufficialmente riconosciute e rispettate, gli stereotipi di genere sembrerebbero continuare ad agire in maniera subdola anche in campo meteorologico alterando la percezione dei rischi relativi ai fenomeni atmosferici.

Questo è ciò che afferma uno studio pubblicato due anni fa sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. Analizzando i dati di 94 cicloni tropicali che si sono abbattuti sugli Stati Uniti tra il 1950 e il 2012 gli autori della ricerca, Kiju Jung e Sharon Shavitt, notarono che gli uragani con nomi femminili avevano generalmente conseguenze più devastanti rispetto a quelli con nomi maschili. Una possibile spiegazione poteva essere che i nomi di donna inducevano la popolazione a percepire tali eventi meno minacciosi, facendo così abbassare il livello di guardia e contribuendo quindi ad innalzare il numero delle vittime.

Per trovare conferma alla loro ipotesi, i due ricercatori hanno successivamente condotto sei esperimenti in laboratorio intervistando centinaia di persone confrontate a una stessa situazione di allerta. L’unico parametro che veniva manipolato era il nome dell’uragano. Quasi sistematicamente la percezione del rischio era più elevata in presenza di nomi maschili.

E allora che fare, dare sempre nomi maschili alle perturbazioni per scongiurarne i possibili danni, come suggeriscono alcuni siti internet che nel 2014 discutevano i risultati di questo studio?

Forse un’azione importante in campo educativo che cominci dalla più tenera età per scardinare finalmente questo immaginario collettivo sarebbe un’azione troppo sensata.

Un ciclone di questa portata non siamo ancora pronti a fronteggiarlo.


 

Cecilia Salacone

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