Un racconto soft-horror di F.D’Avola

Federica D’Avola, già autrice del romanzo: “La guardiana degli Spiriti – Le cronache dei cavalieri della notte“, propone ai lettori del nostro blog un racconto soft-horror.

Buona lettura!


 

Il pavimento di quella stanza non era mai stato così bagnato di rosso.

Quanto mi piaceva sentire il sangue gocciolare, ma non quando era il mio.

Dopo due secoli di follie e di calde e rosse bevande, era arrivato il momento del risveglio del mio umano istinto.
Sono nata nel 1792 a Londra. Il mio nome era Lilith ed appartenevo ad una famiglia molto facoltosa. L’errore più grande che potessi commettere fu quello di andare ad un ballo in maschera. Perché fu un errore? Al demonio piace nascondersi dietro stupende maschere d’angelo. Era alto, biondo e facoltoso: proprio il tipo di persona che sarebbe piaciuta ai vostri genitori… Aveva una voce ammaliante. Ci appartammo in un angolo della grande villa un po’ per parlare ed un po’ per guardare le stelle e finimmo col toglierci le maschere. All’inizio pensai che fosse la luna a renderlo così pallido, ma mi ricredetti subito. In un istante sentii la sua fredda mano sul mio collo e poi qualcosa di appuntito penetrarmi poco sotto il mento. Per quanto potesse essere vano provare a staccare un vampiro dalla sua preda, l’istinto di sopravvivenza lottò con il suo freddo corpo.
Si staccò dal mio collo, dopo che gli ebbi tirato via alcuni capelli, e mi fissò. Non capii mai se quello che fece dopo fosse dovuto alla mia resistenza che lo aveva impietosito o al suo odiarmi per averlo spettinato, ma all’inizio non fu questa la domanda ricorrente, ma solo qualcosa di rinchiuso nel mio assopito spirito umano. L’ultima cosa che ricordo della mia mortalità fu il tiepido sapore del suo sangue scendermi in gola e nient’altro. Mi svegliai in uno stretto vicolo nella parte più povera di Londra, in una notte stellata. Non sapevo quanto tempo fosse passato, né come fossi arrivata in quel posto: sapevo solo che qualcosa in me era cambiato. Camminai per la stradina quasi deserta: oltre a me vi erano delle cortigiane ed i loro clienti, e mi fermai solo quando arrivai di fronte ad una vetrina di una bottega con un grande specchio. Il mio vestito era sporco e pieno di strappi, ma, forse a causa della poca luce, il mio riflesso in quello sporco specchio avrebbe provocato invidia in chiunque. I miei lunghi capelli avevano assunto la forma di stupendi boccoli rossicci ed i miei occhi non erano mai stati così azzurri. Mi sono sempre vantata del mio fisico da stupenda diciannovenne, ma non era mai stato così perfetto. Ovviamente, il mio colorito originario era sparito, eclissato dal riflesso lunare. Camminai per quella via fino ad avere molta fame.
Prima che potessi rendermi conto della strada che stavo imboccando e di quello che avevo davanti, qualcuno mi afferrò per un braccio. Se pensate che un enorme uomo in una Londra notturna mal frequentata potesse farmi paura, vi sbagliate. Immaginate quello che provò lui quando, dopo avergli ordinato di lasciarmi senza ottenere risultati, gli spezzai un braccio usando solo la mano sinistra (essere vampiri ha i suoi pregi, a volte). Non avevo mai sentito urlare in quel modo, ma non mi impressionò più di tanto, anzi: vederlo soffrire mi infondeva un piacevolissimo senso di onnipotenza che accresceva la mia strana fame. Il vampiro che mi aveva mutata sbucò alle mie spalle e con un tagliente pugnale tagliuzzò qua e là il malcapitato. Il calore del sangue fu piacevole e bastò a placare temporaneamente la mia fame, ma non il mio desiderio di sofferenza. Passai decenni con quel vampiro e come un servizievole alunno imparai tutto quello che lui aveva da insegnare. Uccidere ormai era diventata la mia unica ragione di vita e adoravo far soffrire le mie vittime torturandole o assaggiandole un po’ per volta, ma non pensate male di me: uccidevo solo quelle degne di morire. Vagai per tutta l’Europa, insieme al mio maestro, e commisi numerose stragi. Mentre la mia conoscenza del mondo e dei suoi abitanti cresceva, una scintilla illuminò il mio animo. I sensi di colpa non smettevano di abbandonarmi e lentamente mi ridussi a mangiare poche volte alla settimana e ad uccidere solo quelli macchiatisi dei reati più gravi. All’alba del XX secolo, la mia anima dannatamente pura mi costrinse ad abbandonarlo e a fuggire in America. Fu un secolo difficile per me: avevo perso da un lato la voglia e dall’altro il coraggio di uccidere, ma almeno riuscivo a sopravvivere più facilmente con il senso di colpa. La società era cambiata e velocemente mi resi conto che c’erano molti modi per sopravvivere senza uccidere (ringrazio ancora il creatore del sangue sintetico). Non mi ero mai sentita così viva e finalmente ero felice, ma la felicità non dura mai per sempre. Il mio errore fu quello di ritornare a Londra, per nostalgia. Perché fu un errore? Il mio maestro mi stava aspettando furioso per averlo abbandonato. Il sangue sintetico mi aveva indebolito a tal punto da rendergli facile vittoria. Gli bastò un violento pugno in faccia per atterrarmi, poi prese il suo pugnale ed inizio a ferirmi. Quando il pavimento fu pieno del mio sangue, lui se ne andò via ridendo. Forse fu l’odore del sangue o forse la paura di morire, ma qualcosa in me si risvegliò e alla fine mi resi conto che non sarei stata io a pagare, ma lui. Guardai il mio riflesso nella rossa pozzanghera ed un sorriso mi illuminò il volto.


 

 

  • Federica D’Avola
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