Tobia

Tobia

Menzione d’onore Concorso Letterario Internazionale “Don Luigi di Liegro” 4^ edizione 2010

L’albero di fichi, dalla larga chioma ombreggiante, ci teneva compagnia nei caldi e assolati pomeriggi estivi, donandoci un po’ di frescura. Io mi accoccolavo su una piccola sedia dipinta di rosa, invece la nonna sedeva su una vecchia seggiola di paglia. Nell’aia, con le galline che razzolavano, trascorrevamo il nostro tempo rimirando i colori della campagna: il giallo dei limoni, il rosso ocra dei fichi d’India maturi, il verde tenue delle fresche insalate. Tobia si divertiva a rincorrere le galline che starnazzando volavano da una parte all’altra alla ricerca di un rifugio. Tutte le volte che il nonno lo richiamava a sé, con aria triste e sconsolata gli si avvicinava e per farsi perdonare gli leccava il dorso della mano. Soltanto nel momento in cui sentiva svanire la sua collera, si acciambellava ai piedi del fico per godersi il fresco. Sempre indaffarato nelle faccende agresti, il nonno a volte mi portava con sé per mostrarmi le attività agricole: la raccolta dei limoni in grosse ceste di vimini, la potatura verde degli sparuti filari di vite, l’offerta di becchime ai polli. Costantemente sulle nostre tracce, Tobia si rotolava beato sul terreno sabbioso, assumendo un aspetto lercio e arruffato. Il suo pelo beige con sfumature arancio si trasformava in una massa vellosa color tabacco. Curioso, infilava il muso dappertutto, ostacolando perfino i nostri passi. Dell’intera giornata per me quello rappresentava il momento più bello.

Di sera il cortile si animava. Capannelli di persone, in visita ai nonni, si radunavano sotto il fico. Sfilze di sedie, disposte a cerchio, facevano pensare a un circo, in cui il principale numero d’attrazione era dato dal gioco di luci e ombre che il vento creava fra le fronde rischiarate dal tenue bagliore del lume a petrolio. La voce argentina e la schietta risata di mia nonna risuonavano nell’aia trascinandosi dietro echi d’ammirazione. Con le sue facezie riusciva sempre a rallegrare gli animi. Gustandomi quelle ore di libertà che in città non possedevo, giocavo con gli altri bambini fino a tarda serata. Ogni anno attendevo con impazienza il giorno della partenza che avveniva alcune settimane dopo il termine della scuola. Con il treno, la mamma ed io raggiungevamo il paese dei nonni e là trascorrevamo l’intero periodo di vacanza. Mio padre e il resto della famiglia ci raggiungevano a fine luglio.

Alla stazione, con la paglietta beige calata sulle ventitré, mio nonno, vestito a festa, ci accoglieva con entusiasmo. Le sue mani brune, forti, screpolate dal sole e dal lavoro nei campi, sollevavano con decisione le pesanti valigie. Dal finestrino, nel tempo in cui ci avvicinavamo alla stazione, riconoscevo immediatamente l’alta figura di mio nonno e la sagoma pelosa di Tobia, che con la lingua penzoloni gli stava sempre a fianco. Quell’anno, benché mi sporgessi dal finestrino, non riuscii a scorgerlo. Il nonno era da solo. Giunti a casa, scordandomi di salutare la nonna, corsi nell’aia. Tobia era là: ai piedi del fico, sonnacchioso e stanco. Quando mi vide, si tirò su a fatica e con passo vacillante mi venne incontro. Lo abbracciai. Per risposta ne ebbi un’incerta leccata sulla guancia. Quel suo modo di essere assente mi parve insolito. Scorrazzando nel cortile lo incitavo a seguirmi, ma non c’era verso di stimolarlo. Giacché non reagiva, mi chinai su di lui e presi a lisciargli il pelo. Di tanto in tanto, sollevando impercettibilmente la testa, mi guardava con i suoi grandi occhi velati, poi tornava a sonnecchiare. Il nonno mi disse di lasciarlo riposare perché non stava troppo bene e mi distrasse, portandomi con lui sul trattore. Al di là del limoneto si apriva un vasto campo con le zolle rimosse. Rapita dall’assordante rumore di ferraglia, osservavo il vomere mentre nel terreno riarso, ricacciando dall’altra parte il pane di terra, tracciava un solco profondo.

Quello stesso giorno, subito dopo pranzo, sull’usuale seggiola di legno diventata ormai troppo piccola, ma che non volevo sostituire con un’altra più adeguata, inseguii con lo sguardo il comportamento delle galline. Appagate dall’inconsueta possibilità di martoriarlo senza cadere vittime della sua vivacità, saltando su Tobia, lo infastidivano con continue beccate. Tobia con il suo latrato spento tentava di spaventarle, ma inutilmente. Fiere della loro conquista, salendo e scendendo dal suo corpo immobile, imperterrite gli ballavano sopra. Non sopportando l’idea che potessero arrecargli fastidio, fui io a scacciarle. Capivo, anche se nessuno desiderava parlarne, che Tobia fosse gravemente ammalato: la bava filante agli angoli della bocca, il pelo opaco e rado, il corpo smagrito, la gaiezza ormai consunta. Forse l’estate successiva non l’avrei rivisto, oppure, pensiero ancor più triste, dopo qualche giorno o addirittura di lì a qualche ora. Trascorsi intere giornate accanto a lui. Di tanto in tanto, solo per mostrarmi la sua gratitudine, muoveva la coda lentamente, sempre più lentamente.

Quell’anno l’albero di fichi e l’intero cortile, non contornati dalla festosa baldanza di Tobia, apparivano muti e solitari. Solo le galline, con il loro eterno starnazzare, indifferenti e ignare, continuavano a ruspare, ingurgitando pietrisco e detriti vegetali intrisi di terra e di dolore. Con avversione guardavo quegli sciocchi volatili e rimpiangevo i tempi delle allegre vessazioni di Tobia. Mi mancava tanto la sua gioiosa irrequietezza che allietava ogni momento della giornata. Il mattino, come se non ci vedesse da tempo immemorabile, ci salutava sempre con sorprendente entusiasmo, nel pomeriggio si divertiva a seguire me, oppure il nonno. Di sera rivolgeva i suoi slanci ai vicini che gli regalavano amorevoli carezze. Tutti volevano bene a Tobia.

L’avevo visto nascere. Ricordavo la sensazione di stupore verso quel piccolo e peloso essere che a tutti costi volevo toccare. Come un vellutato giocattolo di peluche, con il quale i grandi si divertivano, ma che io non potevo avvicinare più di tanto, stava accucciato contro il grembo materno. Non capivo perché agli altri fosse permesso di giocare con lui e a me, molto più piccola di loro, no. Di nascosto, quando nessuno mi vedeva, con passi incerti mi avvicinavo alla cesta e timorosa allungavo la manina: lo accarezzavo, poi la ritraevo con rapidità. Il caldo tepore del suo corpo e la morbidezza del suo pelo rado mi procuravano sensazioni tattili molto più piacevoli di quelle che provavo stringendo i miei animaletti in peluche. Ora per nessuna ragione al mondo avrebbero potuto impedirmi di accarezzarlo. Per me era stato un insostituibile compagno di giochi. Con lui, attraverso un linguaggio semplice fatto di tanti bau bau che intonavo con sfumature diverse, conversavo. Non c’era volta in cui Tobia non mi rispondeva: a volte con lunghi latrati, altre con guaiti appena accennati. Desideravo rimanere accanto a lui per parlargli ancora: lo incitavo a guarire, a mostrare qualche segno d’entusiasmo ma nulla sembrava più stimolarlo. Di tanto in tanto si limitava a lanciare un debole e lacerante mugolio che mi spezzava il cuore.

Ogni giorno temevo che fosse l’ultimo. Quando mi alzavo, col timore di trovarlo con la pancia all’aria come il pesciolino rosso vinto al Luna Park, correvo verso di lui. L’immagine di quel pesciolino che galleggiava nel globo di vetro me la portavo dietro da anni. Prima di allora non mi era mai capitato di provare quella desolante sensazione di vuoto. La morte del pesciolino mi aveva colto di sorpresa: non credevo che potesse avvenire così, senza preavviso, né preparazione. Avevo attribuito quel triste evento alla mancanza di cibo durante la notte, e allora, per evitare che potesse succedere anche a Tobia, per lui rubavo dei pezzi di pane o un osso e glieli mettevo vicino. Con visibile affaticamento, per un istintivo richiamo olfattivo, protendeva il muso in avanti e li annusava controvoglia, poi li lasciava intatti sul terreno, finché, cosparsi di formiche, non ero costretta con ribrezzo a gettarli nella spazzatura.

Sul finire dell’estate quando i preparativi per il rientro in città erano già conclusi, per dargli il mio saluto raggiunsi la sua cuccia e con apprensione guardai all’interno. Tobia c’era ancora e non stava con la pancia all’insù. Mi rallegrai e allungai la mano. Il suo corpo freddo mi raggelò all’istante. Il mio volto divenuto di cera spaventò sia i nonni sia i miei genitori, i quali, convinti di riuscire ancora una volta a reiterare l’inganno, a forza mi trascinarono via. Le loro parole ingannevoli non valsero a niente. Mi chiusi nel silenzio e nel silenzio più completo vissi il mio dolore.


  • Antonella Polenta
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