“Un lavoro vero” di A.Madrigal

MITEE è un collettivo creativo di nerd amanti dei fumetti, che prende il nome da una citazione di Alan Moore: “Madness Is The Emergency Exit” (The killing joke). Il collettivo ha partecipato a numerosi progetti, cambiando sempre nome, cercando di non pietrificarsi in un’identità; per questo motivo, quando abbiamo incontrato la Germani Editore a Pisa, abbiamo chiesto espressamente di non individualizzare il nostro lavoro.

MITEE è composto sia da donne che da uomini, sia da anziani che da giovani ed è geograficamente diffuso.


 

Penso sia fondamentale trovare la propria voce.

Così dice Javi, il protagonista di “Un lavoro vero”, la prima graphic novel di Madrigal. Innegabilmente, con questa graphic novel l’autore spagnolo la sua voce l’ha trovata. Il fumetto racconta la storia di Javi, un giovane spagnolo emigrato a Berlinosenza programmi, senza conoscere la lingua, senza conoscere nessuno”. Javi ama i fumetti e vorrebbe farne il proprio mestiere, ma è circondato da persone che gli consigliano di trovare “un lavoro vero”, così intanto rimbalza da un lavoretto all’altro per mettere da parte qualche soldo.

La storia è molto leggera, con dialoghi brevi, che risultano allo stesso tempo lievi ma intensi: complici nel rafforzare questa intensità sono sicuramente i disegni, delicati e morbidi (anche grazie all’utilizzo dell’acquarello). I punti di forza di questo libro sono numerosi: quelli puramente tecnici, come detto, sono l’incastro perfetto tra il disegno e il fluire della storia e una resa di paesaggi e personaggi estremamente dettagliata, senza però scadere nella pesantezza. Basti pensare ai palazzi di Berlino, spettatori delineati con un’accuratezza da protagonisti, ma con poche semplici linee e colori pastello, o alla faccia spigolosa di Peter, un coinquilino freddo e scontroso. C’è poi la capacità dell’autore di raccontare una storia che è la Sua storia, ma in cui contemporaneamente si potrebbero riconoscere tutti i lettori. Del resto, è la casa editrice stessa ad informarci che la collana “Le città viste dall’alto” di cui fa parte il testo è “una collana di storie che non potrebbero succedere altrove, ma potrebbero succedere a te”. È il racconto di un’inquietudine profonda che porta al rinnovamento, ad un cambiamento radicale, di un’iniziale spaesamento e dell’incapacità di riconoscersi in un contesto del tutto nuovo, che per Javi è la città di Berlino.

Dopo tre mesi che fai una cosa ti sembra di farla da sempre. Non lo dico io. È una cosa fisiologica. Invece è un anno che sono a Berlino e mi sento ancora un estraneo.

Quella stessa città, però, diventa improvvisamente amica: questo cambiamento passa attraverso piccole situazioni di vita quotidiana, come il capire improvvisamente un film in lingua, o la scoperta di un piccolo caffè-atelier dove il fumettista inizierà a trascorrere ogni pomeriggio a disegnare. Un altro punto forte della storia, infatti, è la centralità data al disegno e al fumetto. Il fumetto per Javi (e per Madrigal) è l’unico modo di esprimersi per vivere bene, è il sogno di una vita portato avanti fino alla scommessa di trasferirsi in una città straniera: si può dire che, in verità, il fumetto sia il vero protagonista della storia. Eppure, questa graphic novel sembra a tratti, nella sua leggerezza, un romanzo disegnato, o un film. Lo dice lo stesso Javi.

Leggo. Mentre immagino delle scene perfettamente, come se fosse un film. Vorrei disegnarle. Disegnare un romanzo.

Infine, centrale nel racconto è la vita quotidiana, anch’essa descritta con dettagli minuziosi: la torta adornata dal cartellino con il prezzo nei bar e il viso adombrato di Javi mentre la guarda, la stanza buia in cui viene ritratta una pagina ancora desolantemente bianca con una matita abbandonata vicino, sulla scrivania, la gestualità dei coinquilini e degli amici. Il rischio, quando si racconta una storia così universale (e così legata a una realtà, come quella della crisi economica e del continuo precariato) è di scadere nell’autoreferenzialità e nella retorica. Madrigal, grazie alla leggerezza del testo e dei disegni e al suo raccontare la quotidianità in maniera del tutto verosimile, questo rischio lo evita fin dalla prima pagina e scrive un racconto malinconico, con un sapore di nostalgia per qualcosa di non ancora vissuto, ma mai privo di quella speranza che spinge ogni cambiamento, ogni rinnovamento, ogni scommessa sul futuro.

 

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