UNREAL e la Santa Inquisizione

UnReal: “Non ho potuto dirgli addio, è morto” annuncia un’avvenente avvocatessa newyorkese in uno squallido pub americano, ai confini di una lussuosa villa, set cinematografico di un reality show. “Sì lo voglio” è la fatidica frase che il fato trascina sul sagrato della chiesa mentre si porge l’estremo saluto a un padre morto di crepacuore. Un felice matrimonio o un machiavellico sodalizio di potere alle soglie del fiume Acheronte?

In cinque minuti di sceneggiatura e montaggio della seconda puntata, si presenta in modo efficace e chiaro UnReal. Serie tv americana del canale Lifetime, uscita in questi giorni in Italia su Rai4, che racconta la difficile vita del set di un reality show, il campione di share “Everlasting”. Un giovane e ricco ragazzo deve trovare la donna della sua vita tra più di trenta spasimanti, le quali adotteranno tutte le armi in loro possesso per guadagnare il suo cuore, ma forse, ancora più allettante, il lauto premio in gettoni d’oro che la produzione dello show mette in palio.

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Rachel Goldberg è la nostra protagonista. Una delle tante spasimanti di Adam, il belloccio british, biondo e ricco? No. Rachel è la producer dello show, colei che “fa accadere le cose”. Adam vuole il suo tè inglese preferito? Rachel fa in modo che lui lo abbia. Adam vuole approfondire la conoscenza di una delle sue spasimanti in una focosa camera da letto? Forse gli verrà concesso. Ma sarà Rachel a decidere se i suoi libidinosi desideri creino, oppure no, abbastanza audience per la terza puntata della nostra appassionante e accattivante realtà irreale, “Everlasting”. La giovane producer potrebbe sembrare una Lady Macbeth, ma non è così: anche lei si trova a seguire le regole del gioco, persona-personaggio nel reality, alle dipendenze della regista cinica e spregiudicata, Quinn King (Costance Zimmer). Un nome un programma, oserei dire. UnReal, un gioco che sovrappone il reale con l’irreale. Tutti siamo invitati a giocare ma tutti possiamo essere vittime di questa confusione.

Sono sufficienti due brevi capoversi o due puntate per esprimere un banale giudizio morale sulla serie tv, UnReal? Non credo proprio! Epoché, sospensione del giudizio. Non ci sono bastate due decadi per articolare un’analisi critica dei vari Grande Fratello, La Fattoria o The Bachelor! Ovviamente per analisi critica qui non si vuole intendere “un giudizio moralistico”, ma un discorso che permetta di discernere tra ciò che è real e ciò che è show.

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Questo si accompagna con la messa in discussione dello spettatore. Il compito di sbrogliare la matassa dell’intreccio narrativo e, contemporaneamente, trovare una propria posizione all’interno della narrazione. Infatti UnReal richiede la nostra partecipazione esattamente stimolando un nostro giudizio morale. È giusto o è sbagliato? La produzione, questo deus ex machina dello stato sociale degli anni 2000, ha il diritto di manipolare i concorrenti del gioco, per ottimizzare il successo dello show? Il concorrente nasce già “concorrente” o, come noi, nasce persona?

Credo che l’ultima domanda, da me posta, sia una domanda che abbiamo dimenticato di porci. Una dimenticanza, però, che ci illude del diritto di poter giudicare. Cosa ci renderebbe migliori della regista Quinn o della producer Rachel? Lo schermo del device attraverso cui vedo, tanto potente nel distanziarmi dall’accadimento scenico, così legittimato da nominarmi inquisitore della colta morale? Siamo dei voyeur del format televisivo o semplicemente individui desiderosi di narrazione?

Se avessi finito di vedere entrambe le due stagioni di “UnReal” sarei forse anch’io spinto a emanare sentenza ma, non essendo così, posso solo che sospendere i “giudizi”. Potrebbero essere anch’essi UnReal.

https://www.youtube.com/watch?v=n3IjmQiB8wc


  • Daniele Ciolfi
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